Giappone: un passo indietro...o due avanti?

La fine di un'era e l'inizio di una nuova?

Che il Giappone rappresenti la culla del Videogioco è cosa nota a tutti, con grandi nomi dell’industria e celebri serie del paese del Sol Levante che hanno fatto la storia di questo mezzo di intrattenimento. Per tantissimi anni, il Giappone è stato anche il mercato videoludico più importante al mondo: un mercato di appassionati, anche esigenti, ai gusti dei quali noi occidentali ci siamo ovviamente abituati, data l’egemonia nipponica in campo sia hardware che software. Non a caso tante delle più importanti serie videoludiche, come Super Mario, Final Fantasy, Resident Evil e tante, tante altre hanno avuto un successo planetario, pur avendo profonde radici giapponesi. Vi immaginate un gioco di piattaforme con protagonista un idraulico italiano, sviluppato proprio nel nostro Bel Paese? No, non sarebbe certamente la stessa cosa.

Lo stesso successo commerciale di una console si determinava prima di tutto proprio in terra nipponica, con la maggior parte delle piattaforme lanciate prima in Giappone, poi, anche a distanza di anni, negli altri continenti. Il rigoglioso paese orientale rappresentava la fonte dalla quale la maggior parte del resto del mondo si dissetava di videogame.

Oggi tutto ciò è sostanzialmente cambiato. Davanti all’espandersi e al “massivizzarsi” del fenomeno Videogioco, il Giappone non rappresenta più il mercato principale, sostituito dal ben più ricco (e proficuo) mercato occidentale. Più vasto, sì, ma anche con gusti sostanzialmente simili, nonostante l’ampiezza complessiva del territorio considerato. In parte il Giappone ha reagito a questo cambio di focus occidentalizzando le sue serie, inseguendo i gusti d'oltreoceano, oppure affidandole a qualche sviluppatore americano, nella speranza di mantenere ancora il proprio primato.

Se si prendessero, oggi, le ultime classifiche di vendita settimanali, paragonando ad esempio il Media Create giapponese agli NPD americani o ai dati inglesi, sembrerebbe quasi di dare uno sguardo a due universi (quasi) completamente diversi. Da una parte shooter, serie annualizzate, grandi esclusive dai budget colossali, esperienze hollywoodiane. Dall’altra, titoli dai nomi ardui da leggere (e ancor più difficili da ricordare), spesso di serie che in occidente nemmeno arrivano. Neanche PlayStation 4, forse la vera erede del successo planetario di PS2, e prodotto a tutti gli effetti giapponese (anche se con menti americane dietro) sembra riscuotere successo nella sua terra natia, anche se ciò può essere dovuto proprio alla mancanza di titoli pensati per il pubblico nipponico, ma questo lo scopriremo solo nel futuro (e al TGS qualcosa di buono si è visto). L’unica console con buoni dati di vendita è rappresentata dal 3DS, ma con risultati che non raggiungono lo straordinario successo del suo predecessore.

​Viene quindi da chiedersi se, effettivamente, il Giappone sia rimasto “un passo indietro”. E’ noto che gli sviluppatori nipponici nel complesso abbiano mal gestito il passaggio all’Alta Definizione, con tempi di sviluppo necessariamente più serrati e richieste finanziarie ben superiori che in precedenza, nuove necessità di marketing, un mercato più globale e nuove infrastrutture online da costruire. Non è un caso, infatti, che per gran parte della scorsa generazione di console, in Giappone dominava Nintendo con Wii e DS, con PSP a certificare il successo delle console portatili, mentre PS3 è stata l’unica console HD ad avere un discreto successo, ma solo nel lungo termine. Celebre è la frase di un certo Keiji Inafune, creatore di Mega Man e Onimusha, che al TGS del 2009 tuonava “Il Giappone è finito. Abbiamo chiuso. La nostra industria videoludica è finita”. Recente è invece la dichiarazione di Tabata-san, co-direttore dell’attesissimo Final Fantasy XV (titolo annunciato nel 2006 e ancora lontano dalla sua uscita, esemplicativo delle difficoltà dell'industria videludica giapponese): “Se FF XV non andrà bene, forse non ci sarà un futuro per i giochi per console [in Giappone]”.

Oggi, complessivamente, il mercato console giapponese si è contratto e continua a contrarsi, riducendo ulteriormente l’interesse delle “grandi”, poco propense ad investire nel territorio visto l’entusiasmo generale. Ma non tutto può essere spiegato in questo modo, e probabilmente il futuro è pronto a smentirmi, ma un'idea mi è sorta di recente: e se il Giappone fosse, invece, “due passi avanti”?

​Mi spiego meglio: il mercato smartphone/tablet, che possiamo chiamare mobile, è decisamente quello che sta godendo della maggior crescita negli ultimi anni, anche dal punto di vista videoludico. Sempre più sviluppatori puntano al mercato fatto di iOS, Android e Windows Phone, come il recente sondaggio pre-GDC (ritratto sopra) dimostra chiaramente, e vista l’enormità di questo mercato, che viaggia su numeri ben diversi da quelli console, i guadagni e le opportunità si moltiplicano. Tanto per dare, per l’appunto, qualche numero: nell’ultimo trimestre, Apple ha venduto ben 51 milioni di iPhone al mondo, Sony 3.5 milioni di PS3/PS4, Nintendo 820.000 3DS. Basti anche pensare che il solo King.com, società creatrice di fenomeni commerciali quali Candy Crush e Bubble Witch Saga, ha riportato incassi superiori all’intero output di Nintendo nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Sono solo due esempi chiaramente, ma la verità è un po’ sotto gli occhi di tutti.

Il Giappone non è certamente immune a tale fenomeno, anzi, rappresenta attualmente un mercato in rapido spandimento. Sempre più sviluppatori e publisher giapponesi non solo guardano, interessati, tale mercato, ma investono in esso a tutto tondo. Consideriamo ad esempio l’output di Square Enix, molto attiva sul fronte mobile tra porting, remake e nuovi progetti (nonostante i prezzi proposti). O il recente sbarco mobile di Monster Hunter, Dragon Quest, Ace Attorney. E indovinate su che piattaforma arriverà il prossimo RPG del creatore di Final Fantasy, Hironobu Sakaguchi? Esatto, proprio su smartphone (sto parlando di Terra Battle, RPG free-to-play in sviluppo presso Mistwalker, in arrivo a breve). O come il sesto episodio di un’altra serie storica, quella di Breath of Fire, in arrivo su smartphone e tablet. Senza considerare poi titoli appositamente sviluppati per tali piattaforme e per gli utenti giapponesi, come ad esempio Puzzle & Dragons, RPG match-3 con una buona dose di Pokèmon capace di totalizzare 29 milioni di download in terra natia (ora arrivato anche in Italia).

Il pubblico giapponese, inoltre, non è mai risultato particolarmente interessato nell’avanzamento grafico dei videogames (altro fattore che spiega la lentezza di ingresso nel mondo dell’alta definizione), ponendo invece particolare interesse nell’esperienza portatile e social del videogame, facendo di uno smartphone perennemente connesso alla rete un qualcosa di praticamente perfetto.

Il Giappone non ha smesso di videogiocare, ma sta iniziando a farlo in modo nettamente diverso da prima. Regressione o evoluzione? E se il Giappone, nazione da sempre all’avanguardia della tecnologia, vero luogo d’origine del videogioco, avesse semplicemente (quasi) saltato il passaggio “HD”, passando direttamente al mondo mobile, anticipando di fatto i (nostri) tempi? E’ questo il futuro del videogioco che ci attende, nel quale i nostri amici dagli occhi a mandorla si trovano già? D’altronde, per il paese del Sol Levante, essere un po’ avanti è naturale