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(Retro)Pensieri

Gioco e Videogioco

I ritmi della vita sono a volte frenetici, inspiegabilmente sovraffollati di eventi, riti e persone che, nel bene o nel male, guadagnano o perdono la loro importanza con tempistiche francamente ridicole. Ci sono impegni che si dilungano per qualche ora, appuntamenti lavorativi che - ebbene sì, lo ammetto - non vedi l’ora arrivino al termine, passioni che durano mesi al massimo. A parte una. Oltre all’amore irradiato dalle familiari figure che popolano il mio cantuccio domestico, a ben vedere, l’unica, indissolubile presenza nella mia vita va ricercata nel videogioco. Perché gioco? Come mai, dopo anni e anni di incredibili avventure binarie, persisto nel voler dedicare una parte importante delle mie giornate ad una pratica che, fino a qualche anno fa, veniva addirittura ostracizzata dalla maggior parte degli individui cogitanti? Un interrogativo incredibilmente arrovellante, discretamente inquietante, se vogliamo, tuttora privo di risposta, tuttavia del tutto ininfluente nell’attimo in cui accendo una console.

Per quanto cerchi di sforzarmi - e sappiatelo, a volte i miei pensieri viaggiano più veloci di Super Sonic - non riesco proprio a spiegare cosa mi spinga a spendere tempo e denaro nel gaming, anziché sfruttar diversamente ogni - inesorabile - secondo fuggente. Ma è proprio importante dare un senso a quel che si fa, quando si gioca? Tempus fugit, however. Mio nonno era solito spronare il mio ego, consigliandomi di pensare a come inseminare il maggior numero possibile di uteri, piuttosto che chiudermi in cameretta e giocare, giocare, giocare, bestemmiando all’indirizzo di Bowser e compagnia cantante. Anziché emulare le erotiche gesta di Geralt, però, adoravo vivere nelle emozioni sintetiche; piuttosto che rischiare nel mondo reale, preferivo vendere cara la pelle in una dimensione nella quale l’unico pericolo poteva materializzarsi in condizioni di improvvisa quanto imprevedibile interruzione dell’erogazione di energia elettrica. Più cercavano di spronarmi all’investigazione del reale, più il fanciulletto che tuttora custodisco spingeva le proprie imberbi membra nella dimensione virtuale, sfidando la CPU a colpi di mitra e di salti da una piattaforma all’altra fisicamente impossibili da realizzare, anziché prendere il pallone, scendere in cortile e sfogare il mio imparabile destro contro le “invalicabili” difese avversarie. Invece di approfondire la conoscenza dell’ignoto, dell’esotico, preferivo esplorare la mia interiorità mettendola alla prova con esperienze preconfezionate, incredibilmente distanti dalle reali possibilità di approccio che ciascun bambino avrebbe potuto mai vantare in condizioni normali. Una crescita verso l’interno, piuttosto che verso l’esterno, uno strumento utile a capire meglio le mie aspirazioni, i miei sogni, i miei desideri ma soprattutto funzionale al mio personalissimo ludogodimento. E’ come leggere un libro, interagendo con esso, e ancor di più.

E’ per questo che, pur adorando la letteratura, antepongo il videoludo ad ogni altra opera concepita dall’umano ingegno, quindi? Impossibile affermarlo con certezza assoluta, con una mente deviata da lustri e lustri di codici binari spolpati e succhiati sino al midollo, all’interno della quale i pensieri si distorcono, i ricordi finiscono col confondersi con il presente. Ma è in seguito a queste bacate riflessioni che accade il miracolo. Un’epifania. Anziché ricercare qualsiasi tipologia di spiegazione, getto ogni frustrazione correlata al mistero che avviluppa questa mia grande passione e, sfidando l’irrazionalità, opto per una semplice quanto sempre gradita capatina in the past, nemmeno fossi Link, decidendo di rispolverare Hang-On, il deus ex machina, quella produzione seminale responsabile di aver fatto digievolvere la mia modesta personcina nell’homo ludens di oggi. Stop. E’ la liberazione da ogni domanda esistenziale. Parte quindi una retrospettiva che sa di canfora, acquerellata mediante l'utilizzo di colori caldi, forti, accecati da tanto love per brandelli di codice binario riversato su medium storage impolverati, provenienti da un'epoca nella quale parlare di cloud in pubblico equivaleva a venire osteggiati alla stregua del più folle tra i folli. O di un italiota con velleità anglofone, al massimo. E ancora pensieri a briglia sciolta, un contrasto interiore che, galoppando sull’onda di tumulti fanciulleschi mai sopiti, alimenta un ego tronfio ed esaltato per aver convissuto perennemente con qualcosa di videogiocosamente permeato. Accantonata ogni idea di emulare l'hardware di Master System, salgo in soffitta e, calpestando quel che probabilmente avrebbe dovuto essere un insetto proveniente direttamente da Mobius, tanto era variopinto, raggiungo il tesoro: i pantaloni sono rigonfi, devo soddisfare il mio bisogno di retrogaming al più presto. Il logo SEGA, quel look dannatamente anni ‘80, il pad con due soli pulsanti.

Accendo, ed è subito Yu Suzuki. L’SN76489 di Texas Instruments spande nell’aere onde sonore leggermente distorte, la stanza riverbera di una melodiosa chiptune che, pur non raggiungendo l'epicità della relativa versione coin-op, spalanca il cuore e rischiara l'anima. È sufficiente la pressione di un pulsante e via, la moto va, senza catene, parafrasando il Grignani. Lo scrolling incredibilmente fluido fa a pugni con la scarsa definizione degli sprite, parecchi degli orpelli grafici presenti nel cabinato originale risultano essere completamente assenti, ma la magia è lì, oggi come trent'anni fa. L'eccitazione di possedere la versione casalinga di una delle produzioni motociclistiche più apprezzate di ogni tempo non abbaglia i sensi, proiettando riflessioni inerenti la bontà del porting di un titolo evidentemente ideato per hardware dannatamente più performanti di Master System in un epicureo di frammiste sensazioni, tutte riconducibili a quel minimo comun denominatore costituito dal profondo anelito nutrito per il videogioco tout court. In una fantasy zone nell'ambito della quale Alex Kidd era ancora uno spermatozoo nella mente di Kotaro Hayashida, la pressione del tasto power della prima versione del successore di SG - 1000 ha realmente rappresentato il mio, personalissimo, portone d’accesso al regno del videogioco. L’effetto nostalgia, il boot screen griffato Master System, la stessa grafica pixellosa: una miriade di sensazioni coesistono naturalmente con l’incredibile efficacia di un concept, quello alla base di Hang-On, semplice e basilare, resistente all’attacco di qualsivoglia tipologia di arretratezza tecnologica. Di fatto mi ritrovo a giocare con occhi iniettati di sangue a bordo di una moto che, per definizione lorda, sembra uscita dal Paleolitico. Incredibile. Non posso fare a meno di continuare a torturarmi. Autolesionismo: cosa mi spinge a giocare? Il bisogno di ritrovarmi quotidianamente con qualcosa che mi faccia regredire ad uno stato elementare, fanciullesco, magari? Esausto, decido di chiudere occhi e soffitta. La domanda rimane aperta, e forse non troverà mai risposta. Un bene? Sì. Gioco ergo godo. Godo ergo sum. Lo faccio perché sento il bisogno di giocare, e basta. Punto. Giocare è una dipendenza? Certamente. Ma sono felice così, io ci sguazzo, nella droga digitale. E naufragar m’è dolce in questo mar, crocevia virtuale in cui i sogni diventano, oggi come allora, meravigliosa realtà.