La semplicità del gesto nasconde una tremebonda fragilità. Siamo pronti a riconsiderare il simbolismo dietro la stretta di mano, a scorgerne il decadentismo e la caducità umana. Se dobbiamo fallire e cadere, vogliamo farlo stringendo una mano, carpirne il senso esistenziale e l'inesplicabile senso comunitario. Ci spaventa la solitudine, la fine individuale e l'ultima fragilità: ICO ci deve far meditare sull'estremo abbandono e cullarci nell'eternalizzazione della propria anima, nella sua accezione accademicamente platoniana. ICO vuole insegnarci a riflettere sulla possibilità di assimilare l'emotività diretta con quella indiretta, perchè, alla fine, una cosa è degna di bellezza solo quando è condivisa. La melanconia di ICO pervade ogni anfratto immaginario, lo contempla e lo risolve: l'esplorazione si scandisce all'interno di un susseguirsi simbolico, che cede il passo in più punti a un meditabondo stato di coscienza pessimistico, posto all'interno di una melodia fiabesca e medioevale. Nessun raffronto storico: Ueda è fin troppo votato a concepire un coinvolgimento parallelo, piuttosto che a tentare raffronti col reale. Davvero, se dobbiamo perderci nelle trasparenze del mondo vogliamo farlo con una copia di ICO sottobraccio e con la mano tesa verso la "principessa" appena accanto a noi. E non è romanticismo esasperato, bensì il riconoscere che siam tutti sulla stessa affollata barca...
Tutto ciò è ICO, l'invisibile capolavoro per Playstation 2 di Sony, la variante artistico videoludica dell'universo nipponico. Perchè a volte, e il capolavoro di Ueda lo esprime felicemente, è davvero un'altra realtà. Anche la mai rilasciata versione Playstation pareva, allora, davvero un altro pianeta: ricordiamola con un video e con il sogghigno di chi sà quanto significa ICO per traghettamento del videogioco verso quell'impalpabile consolazione, che è l'arte...