Django Unchained

Avevate la mia curiosità... adesso avete la mia attenzione!Scritto da @ GiacomoFestiil 20 Gennaio 2013
Django Unchained Recensione

Che Quentin Tarantino fosse un appassionato di cinema western è una cosa nota a molti. Lo ha dichiarato più volte nelle interviste rilasciate nella sua carriera, ha anche fatto un cammeo nella pellicola nipponica Sukiyaki western Django del collega e amico Takashi Miike, senza contare che nelle sue precedenti fatiche ha citato più volte le colonne sonore e i momenti topici delle pellicole di quel genere – qualcuno ha nominato Kill Bill volume 2 e la scena che precede il sotterramento della Sposa? Quest’anno il regista italoamericano riesce a coronare il proprio sogno, e dopo averci fatti entrare negli ambienti più degradati della mala ed averci drogato con le acrobazie filosofiche dell’oriente, finalmente realizza quello che è proprio il suo western vero e proprio. Che poi western lo è solo per l’ambientazione, i cavalli e le pistole. Perché si sa, Tarantino ama fare cinema, ma a modo suo! E per lui le regole esistono solo per essere stravolte.


C’era una volta, due anni prima della Guerra Civile americana…

La storia è ambientata due anni prima della Guerra Civile americana, come ci fanno intendere i primissimi sottotitoli. La pellicola inizia con la marcia di due negrieri e degli schiavi che hanno comprato, fino a che non vengono fermati dall’arrivo dell’eccentrico King Schultz, dentista che ora si destreggia come cacciatore di taglie. Intenzione di Schultz è quella di comprare la libertà di Django, schiavo nero in possesso dei due negrieri che è a conoscenza del volto di un piccolo gruppo di banditi ai quali sta dando la caccia. Caso vuole che questi siano anche i responsabili della separazione di Django dalla moglie, dopo che li avevano scoperti intenti a fuggire dalla piantagione nella quale erano schiavi. Dopo aver concluso il colpo, Schultz si offrirà di aiutare Django a ritrovare la sua amata sposa, la quale...


Mi piace come muori, ragazzo!

Curioso che Tarantino decida di concentrarsi sul tema dello schiavismo quasi in contemporanea al Lincoln di Steven Spielberg, anche se con approccio diverso. Se nel secondo caso il tema è trattato dal punto di vista dell’uomo che (almeno, stando a quello che vuole far credere il film) ha fatto di tutto per eliminare una pratica così crudele ed ingiusta a livello umano, nella pellicola del regista di Pulp Fiction l’ottica è decisamente più divertita e divertente. Il tutto inizia come una commedia nera, perfettamente costruita a livello scenografico e accurata con dei dialoghi degni della miglior tradizione teatrale, che sicuramente riuscirà a strappare più di un sorriso anche allo spettatore più esigente. Un inizio buono, solido e convincente, pieno di quel carisma che ha reso le opere di Tarantino così amate nel mondo e simbolo di un modo di intendere cinema inimitabile ma più volte plagiato. Gli amanti del regista troveranno qui tutto quello che ha reso tali le sue opere, a partire da una storia curiosa e ben scritta, fino all’immancabile gioco citazionista che ci accompagnerà fino a fine visione. Tutto questo citare il western per un film che western lo è solo a tratti, prendendo tutto quello che la blackexploiation cinematografica ha offerto nelle sue decadi d’oro con un gusto visivo e un’intelligenza di contenuti che non ha mai posseduto. Si potrebbe quindi gridare al miracolo nel riveder riportato al giusto lustro un genere che negli ultimi anni sembra essere stato dimenticato dalle major, ma purtroppo anche qui ci sono dei difetti che è giusto annotare per dovere di cronaca ed obiettività. Va detto che in certi punti la regia usa degli stratagemmi forse troppo scontati (parlando in termini di tempistica narrativa: è il film di Tarantino più lineare di tutti) e dei flashback messi forse a casaccio durante la pellicola, che soprattutto nella parte centrale smorzano non poco il ritmo del film. Il linguaggio scurrile è d’ordinanza come in tutti i film del regista italoamericano, ma dove altrove serviva per immedesimare maggiormente in un ambiente non consono alla gente comune, per renderlo più realistico, qui se ne abusa a favore di una comicità decisamente crassa di gusto abbastanza discutibile. Il protagonista inoltre in alcuni punti appare davvero anonimo, e non è un caso che in più di una scena il dottor Schultz gli soffi il comando o la simpatia, poiché il Django qui protagonista ha davvero poco per poter spiccare sugli altri personaggi se non una storia drammatica alle spalle che però caratterizza molti altri uomini di colore come lui. Anche la famosa verbosità che è divenuta un marchio di fabbrica decisamente tarantiniano alla lunga può stufare, per quanto i dialoghi siano davvero ben scritti e recitati, ma in un’epoca dove a parlare erano le pistole dei comprimari così forbiti possono risultare davvero irreali. Tutte cose che non fanno affossare la pellicola, ma da un autore capace ed osannato come Tarantino (che ci delizia con una comparsata straordinariamente divertente) era lecito aspettarsi di più, anche se il tutto è alleggerito da un divertito umorismo che fa passare ogni cosa in secondo piano.

La ‘D’ è muta, bifolco!

Rimane comunque davvero degno di nota il cast, anche se comandato da un Jamie Foxx protagonista che non riesce a spiccare sul resto dei suoi colleghi, stallo creativo rimastogli dopo aver visto l’Oscar come miglior attore protagonista per Ray. Possiamo godere però di un Christoph Waltz eccelso come sempre, al quale spettano infatti le parti più divertenti e memorabili, mentre un Leonardo DiCaprio istrione riesce a portare in scena un cattivo memorabile e decisamente insolito. Ma si imprime nella memoria il cammeo di Franco Nero, il Django originario del film di Sergio Corbucci, nella parte dell’allenatore di mandingo da combattimento, davvero ben studiata e divertente. Da giubilo anche la colonna sonora, infarcita anche di alcuni pezzi rap, che può vantare la track originale composta per questo film dal maestro Ennio Morricone e cantata dalla nostra Elisa Toffoli.
Insomma, forse la gloria delle passate produzioni è un po’ lontanuccia, e decisamente questo film per quanto possa divertire è ben lontano dall’essere un capolavoro, ma rimane comunque una piacevolissima visione che di certo non deluderà i fan dell’autore italoamericano. 
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