Somnia

Un horror banale e che non terrorizza mai vanifica un incipit onesto e funzionante
Scritto da @ sgelibteril 25 maggio 2016
Somnia Recensione

Dopo un inizio interessante, che accarezza corde psicologiche difficilmente sfiorabili senza l’utilizzo di un elemento soprannaturale, il film horror di Mike Flanagan naufraga in una pozzanghera di usurati cliché del genere, spazzando via in pochi minuti quanto di buono ci aveva mostrato nella prima mezzora della pellicola e culminando in un finale immotivatamente dolciastro.


Una coppia in crisi in cerca di una nuova vita

Jessie (Kate Bosworth) e Mark (Thomas Jane) sono una coppia in crisi. Ad insinuarsi nella loro felice vita coniugale, un evento tanto accidentale quanto drammatico: la morte del piccolo figlio Sean. Ma tutto questo appartiene ad un passato che solo a tratti ci viene mostrato. La coppia non può avere altri figli e, per voltare pagina, decide di adottare il piccolo Cody (Jacob Tremblay), dolce e maturo orfano di otto anni, abbandonato dalle prime due famiglie che lo avevano preso in affidamento. Le reazioni di Mark e Jessie appaiono da subito agli antipodi. Il primo è razionale ed in grado di lasciarsi alle spalle lo sconvolgente passato; la seconda morbosamente fragile ed incapace di intraprendere un nuovo cammino. I due faranno di tutto per far sentire a proprio agio il bambino, ma ben presto si scoprirà che Cody nasconde in sé un dono – o forse una maledizione – davvero speciale: mentre dorme, tutto ciò che sogna prende vita.


Una mezzora di accattivante esplorazione psicologica…

La pellicola può essere divisa, schematicamente in tre parti.

Una fase iniziale, breve, in cui l’elemento soprannaturale non ha ancora fatto capolino nella vicenda. È la storia – raccontata con onestà – di due vite distrutte e, soprattutto, di una madre inconsolabile; ma è anche la storia di una speranza, la speranza di un nuovo inizio che l’adozione di un bambino ed il suo muovere i passi in una nuova vita portano immancabilmente seco.

Un secondo capitolo, più dettagliato, meglio esplorato. Cody non vuole dormire, fa di tutto per non lasciarsi cullare dalle braccia di Morfeo; caffè, pasticche, energy drinks. Nella tenace lotta per tornare ad una vita serena, si insinua un elemento fantastico ed imprevedibile. Cody sogna il piccolo Sean e la sua figura prende vita. Turbata, ma al tempo stesso revitalizzata, Jessie decide di sfruttare il dono di Cody per rivivere ogni notte frammenti del suo defunto figlio. Una febbre frenetica finisce col possederla: Cody deve sognare e deve sognare suo figlio. È in questa fase che la pellicola riesce a toccare dei tasti emotivi molto interessanti, in grado di sedurre lo spettatore. Il soprannaturale è qui sfruttato con intelligenza e coerenza, come elemento per esplorare il dissestato terreno di una mente morbosamente attaccata ad un passato del quale non resta che uno spettro notturno. Quella che ci viene mostrata è l’instabilità di una madre che utilizza il secondo figlio per lenire la perdita del primo: una metafora sovraumana di una sofferenza molto umana.


…cui segue un orrorifico naufragio

Ma proprio quando il film sembra avere assunto una sua funzionante identità, la vena horror irrompe nella trama, annegando ogni piacevole sfumatura psicologica sotto litri di fangosa banalità. Cody, come tutti i bambini è nottetempo visitato da incubi. Ma i suoi, traendo radici dalla morte della madre, sembrano essere ben più tenebrosi di quelli dei suoi coetanei. E, per di più, i suoi prendono vita. Il suo incubo ricorrente comincia, sempre più spesso, a prendere vita, mettendo a rischio chi lo circonda. Trattasi dell’Uomo Cancro, che molto attinge da Freddy Krueger, con un leggero retrogusto di Lord Voltemort. Nell’esatto momento in cui svela la sua vocazione orrorifica, la pellicola subitaneamente si sgretola, violentando quanto di buono ci era stato mostrato. Ci si accorge che l’iniziale indagine psicologica – elemento meglio riuscito del film – non serviva ad edificarne le fondamenta, ma esclusivamente ad aprire la porta ad una raffica di insipidi ed usurati cliché di genere. Lo spessore della prima mezzora, evapora e viene svilito irrimediabilmente dalla parte restante del plot: improvvisamente ci sente presi in giro per aver creduto in qualcosa che difficilmente poteva essere realizzato.


Mai fidarsi di un horror che non terrorizza

È un horror che non funziona. In primis perché non spaventa, neanche in un fotogramma. In seconda battuta perché appare svincolato e poco amalgamato con la parte restante di un plot che sembrava promettere bene. In ultimo, perché finisce col pescare in un mare che ormai ha perso la sua pescosità. Il rapporto morboso madre-figlio, da soli contro un mondo terribilmente ostile è stato sviscerato centinaia di altre volte e per riaffrontarlo ci vuole del coraggio e della capacità di innovare che a questo film palesemente sono mancate. Alla rinfusa son stati presi elementi da altri film di genere, primo tra tutti il riuscito Babadook, ma anche da pellicole non orrorifiche: vedendo Somnia è impossibile non ripensare ad alcuni degli elementi di Room. Prima tra tutti la scelta del piccolo Tremblay. Ma non bastano gli occhi espressivi di un dolce bambino a fare un bel film, così come non bastano dei posticci incubi a mettere paura. Mai fidarsi di un horror che non terrorizza.

SCHEDACINEMA
Cover Somnia

Somnia

  • Produttore: Intrepid Pictures
  • Distributore: Kock Media
  • Interpreti: Kate Bosworth, Thomas Jane, Jacob Tremblay
  • Anno: 2016
  • Genere: Horror
  • Regia: Mike Flanagan
  • Durata: 97'
Scheda completa...
Somnia2016-05-25 09:00:00http://www.vgnetwork.it/recensioni-cinema/somnia-53608/Un horror banale e che non terrorizza mai vanifica un incipit onesto e funzionante1020525VGNetwork.it