Negli ultimi anni il genere delle avventure grafiche, dopo un periodo di ristagnante tristezza e quasi abbandono, ha saputo riscoprirsi e catturare un pubblico sempre maggiore. Non a caso questo 2009 ha voluto proporre titoli molto validi come Machinarium o il ritorno del brand targato Pendulo Studios, Runaway, che lancerà il terzo capitolo ad inizio 2010. Insomma, un periodo molto positivo per questo settore del mercato videoludico, che da qualche tempo ha aggiunto a sé una nuova recluta: The Lost Crown, titolo d’avventura-horror sviluppato da Jonathan Boakes, l’autore della serie Dark Fall che ha riscosso un buon successo tra i videogiocatori.
My name is Nigel, Nigel Danvers, and I am a…
Un impiegato troppo curioso che si trasforma, quasi a sua insaputa, in un cacciatore di fantasmi e di tesori nascosti. Questo è Nigel Danvers, protagonista del titolo che ci apprestiamo a recensire. Venuto a conoscenza di alcuni documenti top-secret risalenti alla Hadden Corporation, decide di darsi, di lì a poco, ad una fuga fulminea. Il motivo? Semplice: due brutti ceffi lo stanno seguendo, spiando e vogliono indietro tutte le informazioni rubate. Fuga. Stazione. Prima destinazione. Saxton. Manco a farlo apposta, Nigel si ritrova in un luogo pieno di misteri, quasi desolato e dimenticato da tutti. Inizia cosi la fase di conoscenza del posto, di dialogo con gli abitanti, d’osservazione di oggetti e cose utili alla nostra, ancora vaga, causa: quella di importunare ed intralciare la normale routine quotidiana della gente del posto, presentandoci come cacciatore di tesori!
Cacciatore di fantasmi o di tesori? Deciditi una buona volta!
Come ogni aspetto prettamente tecnico caratterizzante la maggior parte di produzioni afflitte da un basso budget di sviluppo, capita che anche la trama ne risenta: a volte, infatti, sembra che le penne di scrittori e sceneggiatori fluttuino inesorabilmente nel vuoto per poi riempire, gli spazi bianchi rimasti sul copione, con scelte e decisioni alquanto discutibili. Sebbene The Lost Crown sia contraddistinto da una storia affascinante e trainante nella maggior parte della sua durata, ci sono alcuni punti bui, che si presentano durante il prosieguo del gioco e che non stiamo a citare per non spoilerare, che lasciano un po’ smarrito il videogiocatore. Il fatto che coniughi la ricerca di lontani e smarriti tesori alla caccia dei fantasmi, imboccato, su quest’ultima, dal signor Hadden alla quale ha sottratto i documenti di cui parlavamo poco fa, è solo uno dei tanti casi in cui il protagonista cercherà di dare una mano a sé stesso e agli altri.
Entrando più nello specifico, possiamo dire che siamo davanti ad una classica avventura grafica punta-e-clicca in terza persona, che ingloba fasi in cui le atmosfere di gioco si tingono d’ horror. In realtà, però, non si tratta di vero e proprio orrore: non c’è né sangue né zombie e via dicendo, ma fasi in cui eventi paranormali prendono il sopravvento su tutto e tutti, incutendo, alla maggior parte dei videogiocatori, una sottile ma decisa linea di terrore riguardo l’ignoto o alla vita dopo la morte.
L’ambiente è composto da sfondi in due dimensioni opportunamente pre-renderizzati e da fotografie reali. Pochi gli elementi, quasi nulli in realtà, in tre dimensioni. D’altronde con requisiti di sistema cosi bassi non potevamo certo aspettarci chissà cosa. Ma ecco la furbata: in pieno stile “noir”, ecco arrivare, su tutta l’ampiezza del nostro schermo, un bel’effetto bianco e nero. Di certo una pensata non di poco conto, visto che grazie ad essa si è riusciti a fornire un quadro generale, dal punto di vista di primo impatto, davvero notevole, e che amplifica l’immersione all’interno del contesto di gioco. Ad unirsi a tutto ciò ci sono poi alcuni particolari di dettaglio, a volte presenti in primo piano a volte in secondo, che prendono, come per magia, colore ed enfatizzano, rivelano e mirano a spezzare una continuità, quella realizzata dall’effetto “old style”, che alla lunga potrebbe intaccare l’attenzione del giocatore.
Interfaccia di gioco ed enigmi
Dopo aver parlato del particolare stile grafico che contraddistingue TLC, è arrivata l’ora di soffermarsi sull’analisi dell’interfaccia di gioco e degli enigmi presenti: gli aspetti più importanti per quanto riguarda un titolo di questo genere. Per quanto riguarda la prima, Darkling Room, non ha certo inventato nulla di nuovo: siamo, difatti, dinnanzi al “solito” cursore intelligente che cambia a seconda di oggetti scrutabili o di azioni disponibili, come la lente di ingrandimento per osservare oggetti, una freccia per interagire con cose o persone ed una sorta di “doppia forchetta” che sta ad indicare la possibilità di analizzare quell’oggetto per mezzo di un articolo all’interno del nostro inventario. Insomma, un’interfaccia che più classica non si può, ma che allo stesso tempo risulta semplice, fluida e molto funzionale. Da citare, inoltre, la possibilità di usare un particolare kit “acchiappa-fantasmi” composto da una videocamera ad infrarossi, una macchina fotografica speciale, un registratore audio a microcassette ed un EMF per rivelare strane presenze.
Per gli enigmi invece, possiamo dire che siamo di fronte ad una strada a due biforcazioni: se la prima porta ad un lavoro accurato e che mira a proporre enigmi strettamente collegati alla ricerca di indizi avvenuta durante alcune fasi di gioco, l’altra porta a dover risolvere enigmi frustranti, poco curati e che potrebbero portare i neofiti del genere, sicuramente meno pazienti degli “avventurieri navigati”, a cambiare, decisamente, prodotto.
In definitiva
Ricordando che alla base di tutto ci sono gli scarsi fondi reperiti per uno sviluppo accurato, The Lost Crown fornisce lunghe ore di svago ed istanti di gioco davvero adrenalinici. Peccato che le animazioni dei vari personaggi lascino a desiderare, facendo risultare i movimenti rigidi. Più che di movimento, in realtà, dovremmo parlare di forza di trascinamento per essere precisi. Per non parlare, poi, dell’impossibilità di scorrere i dialoghi o di velocizzare, in termini accettabili, il passo di Nigel Danvers. Problemi, questi ultimi, che vanno ad intaccare, e molto, la serenità e tranquillità che il videogiocatore mette nel corso del gioco. Peccato. Ciò che non delude affatto, ad eccezione del doppaggio in inglese recitato maluccio, è il comparto sonoro: effetti sonori ben riprodotti e musiche appropriate che non intralciano la nostra avventura, sono una costante per il prodotto distribuito da Blue Label Entertainment.