A quanto pare, gli Hit Maker non sono particolarmente talentuosi: dopo un appena discreto Blade Dancer, se ne sono usciti fuori con Dragoneer’s Aria, A Witch’s Tale e infine con Last Rebellion, quest’ultimo su PS3. Il comun denominatore di tali JRPG è che nessuno di essi passerà alla storia, fortunatamente. Ora, però, basta denigrare il lavoro altrui, anche perché alla fine Dragoneer’s Aria non è interamente da buttar via; semplicemente, non spicca in nessun ambito.
Proteggiamo i draghi!
Premesse, trama e personaggi sono piuttosto ordinari: il protagonista Valen Kesslar, che potreste scambiare a prima vista per una soave fanciulla (l'immagine qui sotto lo testimonia), è un Dragoon fresco fresco di addestramento, cioè appartiene a quella stirpe antichissima a cui è affidato il compito di proteggere i draghi (abbastanza inusuale: di solito i draghi sanno ben proteggersi da soli. Ma vedrete che qui sono piuttosto fessi) per il bene del mondo intero, dal momento che essi controllano gli elementi. Qualcosa doveva pure andar storto, quindi ecco che nella cerimonia per l’”investitura” dei Dragoon, fa la sua bella apparizione il terribile black dragon, Nidhogg, il quale a quanto pare ha una brutta influenza pure sui Dragoon stessi… Basta così, evitiamo spoiler, per quanto la vicenda non sia certo memorabile, nonostante un paio di colpi di scena; a questo punto, comunque, avrete capito che sarà proprio Valen, nonostante si tratti di un novellino (questo è uno stilema dell’intera produzione shōnen), a dover salvare capra e cavoli, con l’aiuto di tre amici che incontrerà nel corso dell’avventura. Tutto sommato, non si può dire che i protagonisti si sforzino di andare oltre la loro “maschera”, come si direbbe nella commedia dell’arte: Valen è il solito eroe senza macchia e senza paura, Euphe è l’eroina un po’ stordita, Mary è la bambina fastidiosa (piratesca, proprio come Chat in Tales of Eternia) e, infine, Ruslan è il misantropo (per forza: è un elfo!) scorbutico, che però alla fine si deve un po’ ricredere.

Anche lo stile è abbastanza generico, ma, tutto sommato, possiamo ritenere la grafica uno degli aspetti migliori del gioco, insieme al sonoro: la realizzazione tecnica è accettabile, seppur affossata da animazioni sotto la media, caricamenti lunghetti e pop up (fastidioso per l’individuazione dei forzieri, più che altro); il character design, per quanto non provenga da mostri sacri come Yoshida o Amano, risulta gradevole (ma generico) e l’impatto generale è positivo, a conti fatti. Ancora meglio sul versante del sonoro, grazie ad un’OST discreta, a cui è stata accompagnata l’immortale Suite per orchestra n. 3 di Bach nella schermata dei titoli, e la possibilità di selezionare il doppiaggio giapponese o quello inglese, dettaglio che manda in brodo di giuggiole l’utenza più “otaku”.
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