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Minimalism is the word
Scritto da il 09 settembre 2016
140 Recensione

Negli ultimi mesi mi sono domandato spesso quanto valga un’esperienza, in particolar modo alla luce di numerosi giochi che, pur nella loro brevità, riescono a comunicarci "qualcosa", anche solo a livello sensoriale. Penso a giochi comeABZÛ e Journey, titoli dalla durata modesta e discretamente costosi in rapporto alla longevità, ma in grado di elevare il videogioco al di sopra del semplice passatempo, come poteva essere una decina e più di anni fa.

Facendomi la stessa domanda con 140, indie game sviluppato dal danese Jeppe Carlsen, è difficile definire quanto valga la pena di spendere per un gioco che può durare anche meno di tre ore, eppure sono bastati pochi elementi di gameplay a convincermi che, nonostante tutto, certi giochi meritano comunque di essere provati. Vi spiego perché.


Essential Rez

Una delle parole chiave del gioco è minimalismo, un concetto che permea tutta l’opera sin dal primo avvio: superato lo schermo del titolo, ci ritroveremo ai comandi del nostro “multiforma”, un oggetto pressoché indefinibile capace di saltare e di mutar forma mentre compie azioni come saltare e correre. Nessuna spiegazione o tutorial ci fornirà le basi di gameplay, lasciandoci completa libertà: dovremo muoverci autonomamente fino a trovare delle palline colorate che, una volta recuperare e portate su una piattaforma, avvieranno effettivamente il gioco. Volendo ridurre tutto ai minimi termini, siamo di fronte a un platform nudo e crudo, in cui la precisione dei movimenti è necessaria per affrontare i livelli nel modo più scorrevole possibile, ma non è tutto. Il sottofondo musicale, quello che generalmente si limita ad accompagnare le immagini su schermo, si trasforma in un ulteriore alleato o nemico, in base al vostro personale senso del ritmo. Le varie piattaforme e ostacoli si muovono con la musica, portando quindi la sfida oltre il semplice riflesso trasformando in un rhythm game atipico ma vincente. Ognuno dei tre livelli che andremo ad affrontare, inoltre, è una macroarea in continua evoluzione: le palline colorate di cui sopra sono infatti delle chiavi che aprono nuove sezioni oppure espandono quelle già percorse, aggiungendo ostacoli nascosti dalla palette di colori, in una maniera tale da farmi tornare alla mente un gioco come Rez, che fece della fusione tra gameplay e musica il suo pilastro, a cui però 140 ci si avvicina solo in parte. Un’altra cosa in comune con l’opera di Tetsuya Mizuguchi sono i boss di fine livello, i quali offrono un’esperienza straniante rispetto a ciò che abbiamo affrontato: per capirci, dopo aver affrontato sezioni platform ritmate, il boss si presenta come un esagono di white noise (avete presente la TV quando non trova il canale?), un nemico da distruggere con una sorta di arma da fuoco che, manco a dirlo, spara ogni 4/4 di musica. Una sezione quasi da bullet hell da gestire coordinando i movimenti e seguendo il ritmo della soundtrack ed evitando una marea di colpi che ci porterebbero all’inizio dello scontro, e questo è solo l’inizio.

Dispiace solo per l’eccessiva brevità del gioco, che, come già detto, si compone di soli tre livelli - pur affrontabili in modalità specchiata in un secondo momento - che personalmente ritengo pochi, sia perchè si sarebbe potuto sicuramente fare di più, sia perché l’idea di dovermi fermare mi ha lasciato quasi un senso di fame, un po’ come mangiare un bel piatto di carbonara al ristorante e, dopo qualche forchettata, il cameriere passa e se lo riprende, con tutta la frustrazione del caso.


Musikakeparla

Se ancora non fosse chiaro, la parola d’ordine è minimalismo, un minimalismo che in certi frangenti può ricordare il Television Interface Adaptor del buon vecchio Atari 2600: palette di colori sgargianti e pulsanti, come dopo un viaggio con la mescalina che finisce male nel ritorno (cit.) e, anche per questo, talvolta un po’ confusionaria ma nulla di davvero compromettente. Ultima cosa, ma di enorme importanza, la colonna sonora, uno dei veri punti di forza del gioco che gira sulla stessa sequenza di note ma riuscendo ad evolversi con il giusto dinamismo, piegandosi su sé stessa e collassando in un vortice che, presto o tardi, si impossesserà della vostra mente.

Proprio come il girotondo musicale del titolo, arriviamo alla domanda fondamentale: com’è ‘sto 140? Inutile dire che, per quanto breve, 140 si è rivelata un’esperienza intensa e che mi ha abbastanza stregato, una piacevolissima sorpresa che potrete gustare anche voi, magari ad un prezzo ragionevole (su Steam il gioco viene venduto a 5€). Non è il gioco di una vita, nemmeno lontanamente, ma al giusto prezzo non potrete assolutamente dirgli di no.

PRO:- Stile minimal
- Colonna sonora eccezionale
CONTRO:- Decisamente breve
Rez HDPur con i suoi 15 anni alle spalle, non ci sta proprio ad invecchiare. Capolavoro.
Lumines Electronic SymphonyUn puzzle game che viaggia a ritmo di musica? Tetsuya Mizuguchi alla regia? E che ve lo dico a fare.
VOTO FINALE7
SCHEDAGIOCO
Cover 140

140

  • data d'uscita: 07 settembre 2016
  • produttore: Double Fine Productions
  • sviluppatore: Abstraction Games
  • Genere: Indie
  • Multiplayer: No
  • Supporto: PlayStation Network
Scheda completa...
1402016-09-09 09:00:00http://www.vgnetwork.it/recensioni/140-54190/Minimalism is the word1020525VGNetwork.it