Dragon Age II

Campioni, Dragoni e Custodi Grigi: si torna nel Ferelden!
Scritto da Antonio "Aurenar" Pattiil 23 marzo 2011
Dragon Age II Recensione

C'era una volta Bioware, e fortunatamente c'è ancora, ma ci chiediamo se sia sempre la stessa. Una delle poche software house al mondo capace di sviluppare un capolavoro dietro l'altro a partire da Baldur's Gate fino ad arrivare alla serie di Mass Effect. Sul finire del 2009, approdò sugli scaffali Dragon Age: Origins: un ritorno alle origini che tanta emozione, tanto fascino ed altrettanti plausi da critica e pubblico ha provocato: i maestri di storie fantasy a base di cavalieri e draghi erano tornati in grande stile. Evidentemente ciò non è bastato per confermare quanto di buono era stato fatto e Dragon Age II ne è la prova. Scopriamo insieme i motivi di un clamoroso “passo indietro” di Bioware che non ha precedenti nella sua brillante storia.


La leggenda dell'Era del Dragone

Dragon Age è una serie di videogiochi di ruolo annunciata a suo tempo da Bioware. Con il primo episodio, denominato Origins, gli sviluppatori non hanno mai nascosto la loro volontà di riportare in auge i fasti del lontano Baldur's Gate: il loro primo importante progetto datato 1998, nonché clamoroso successo di vendite e critica, ancora oggi giocato, venduto, ricordato e discusso in tutto il mondo. Era un GdR con visuale isometrica dall'alto, simile a quella vista in precedenza in Diablo, ma questa è l'unica cosa che i due titoli avevano in comune: basato sull'universo narrativo di Dungeons & Dragons, nonché sulla seconda edizione delle regole del celebre gioco di ruolo, Baldur's Gate è ancora oggi considerato una “pietra miliare dei videogiochi di ruolo”. In Dragon Age Origins è stato posto un forte accento sulle origini del personaggio controllato dal giocatore: questi poteva impersonare un umano, un elfo o un nano e la loro provenienza sociale. Il gioco procedeva, poi, secondo i canoni degli sviluppatori, cioè offrendo piccole dosi di esplorazione ma una forte carica narrativa. Muoversi per le lande del Ferelden (il continente di gioco) significava muoversi in un mondo pulsante di vita, con le sue regole, i suoi pericoli e regioni economico/sociali varie. Un mondo dalle mille sfaccettature, da fare invidia ad un J.R.R. Tolkien o G. Martin.


Addio Origins: riecco Mass Effect

Già dai primi istanti di gioco è molto chiara la nuova direzione presa da Bioware per il brand di Dragon Age: sono state abolite le razze e al giocatore non resta che scegliere il sesso e il nome del protagonista (rigorosamente umano). Qualche libertà è concessa in sede di personalizzazione del volto ma la sensazione è quella di rivivere i momenti di creazione del personaggio di Mass Effect. Qui non c'è spazio per Shepard ma per Hawk, cognome standard esattamente come per il fantascientifico eroe galattico, nonché appellativo di comodo per tutti i personaggi che si rivolgono al personaggio principale. Peccato, perché in Origins si provava quella splendida sensazione di creare e delineare un personaggio leggendario e a misura di giocatore: elfo, nano, uomo, la provenienza sociale e un prologo più unico che raro. In Dragon Age II troviamo un personaggio vissuto e pre-costituito, ne conosciamo in parte il passato e con estrema sicurezza il futuro. Neanche in Mass Effect fu osato tanto: al giocatore era quantomeno concessa una fra tre diverse “storie di provenienza” del protagonista. A parte questo dettaglio, tutti gli amanti della saga di fantascienza si sentiranno a casa, dovendosi solo abituare allo sfondo fantasy. Gli altri, che tanto bene si trovarono in Origins, dovranno tirare un profondo sospiro e accettare di buon grado questa prima di una lunga serie di semplificazioni, che rende il gioco profondamente cinematografico ma altrettanto limitante e limitato.


Guerriero, mago, ladro... sembra Diablo ma non è

Sarà che il capolavoro annunciato da Blizzard è in dirittura d'arrivo, sarà che Diablo ha fatto la storia del suo genere e promette di scrivere pagine di un nuovo, glorioso, successo, fatto sta che Dragon Age II fa il possibile per somigliare tanto all'action gdr della concorrenza. Lo fa proprio dall'inizio, dalla fatidica scelta della classe di gioco: guerriero, mago o ladro. Una semplificazione disarmante e l'unica differenza evidente tra Dragon Age II e Torchlight (giusto per citare un acition gdr recente) si riduce alla qualità grafica, alla presenza di dialoghi doppiati da attori e nell'eventuale scelta etica per risolvere una controversia. Non aggiungiamo altro, se non che con il proseguire del gioco e grazie ai fatidici passaggi di livello, possiamo attingere da cinque o sei “scuole di pensiero” per ciascuna classe: così il guerriero può diventare un prode spadaccino armato di scudo oppure un potente combattente che impugna solo armi a due mani. In maniera analoga possiamo evolvere sia il ladro che il mago, attingendo a diverse specializzazioni e delineando, così, il personaggio che più ci aggrada. Semplificare in maniera così drastica gli aspetti cruciali di un videogioco di ruolo serio, complesso e profondo come Dragon Age: Origins, da un lato, può aprire le porte a numerosi acquirenti, questo è indubbio. Snaturare un GdR che poteva fregiarsi di notevole qualità fino a farlo scadere al rango di “ammazza-tutto” neanche tanto originale ci lascia invece molto perplessi.


A tratti sembra un bel film

Il non indifferente passaggio da un prodotto “vecchia scuola” ad uno più al passo con i tempi, come quello compiuto da Dragon Age II non riflette solo cattive notizie. La naturale evoluzione del motore di gioco “Eclipse”, lo stesso visto in azione in Dragon Age: Origins, garantisce il giusto livello di dettaglio a tutta la grafica senza, però, eccellere o spiccare sulla concorrenza. Differenze enormi, tra questo episodio e il precedente, non ce ne sono; l'unica scelta di design degna di nota è quella che tende a minimizzare gli sfondi di gioco a favore di una palette di colori più forte per tutto quello che è in primo piano. Questa scelta visiva, unita ad un generale re-stilyng di tutti i personaggi di gioco – in particolar modo le acconciature e il vestiario di questi – facilita il coinvolgimento del giocatore, che non perderà molto tempo prima di essere catturato dal vortice di violenza, avventura ed etica che caratterizza Dragon Age II. La presenza di dialoghi doppiati da professionisti, rigorosamente in inglese ma sottotitolati in italiano, aumenta il tasso cinematografico offerto. Le faccende da sbrigare, le missioni da compiere e i dialoghi da sostenere sono di numero assai elevato e quello che ci ha colpito positivamente è che la noia non viene praticamente mai a bussare nella mente di chi gioca. Questo è un plauso doveroso all'ultima fatica di Bioware: se c'è una cosa che sanno fare bene è coinvolgere il giocatore al punto da impedirgli di staccarsi dal joypad (o dalla tastiera) finché non siano giunti i titoli di coda.


Taglia qui e incolla lì, ma fallo in fretta così viene meglio!

Diciotto mesi di sviluppo possono essere tanti per creare giochi di un certo tipo, ma per fare in modo che un gioco di ruolo sia monumentale e indimenticabile (come lo sarà per sempre Dragon Age: Origins) non bastano di certo. Che Dragon Age II sia stato sviluppato di fretta lo si evince in quasi ogni angolo di gioco: se la presenza di sole tre classi o l'assenza di qualsivoglia razza fantasy selezionabile fa già discutere, cosa potremmo dire di positivo quando ci accorgiamo che le locazioni di gioco tendono a ripetere sia il design che la forma? Le mappe sono discretamente grandi, ma alcune risultano tanto, troppo somiglianti. In certe locazioni, inoltre, gli oggetti o i fondali tendono a replicarsi lasciando intendere che forse, qualche mese in più di ottimizzazione non avrebbe guastato. Bisogna rivelare che la gestione del party è stata drasticamente semplificata: pur avendo la possibilità di affiancare ad Hawk altri tre compagni di avventura, l'unico che si può gestire fino all'inventario è proprio il nostro personaggio. Per gli altri possiamo limitarci a gestire gli incremeti di caratteristica e di abilità al fatidico passaggio di livello. 


IA da rivedere, combattimenti degni di God of War

Sul fronte dell'intellingenza artificiale che gestisce i comprimari bisogna spendere qualche parola: risulta del tutto inadeguata e più di una volta ci siamo chiesti perché l'arciere e il mago del gruppo - che abbiamo istruito a dovere per combattere “a distanza” - vadano a combattere corpo a corpo con i nemici più nerboruti e corazzati del momento: mistero. Altra nota di colore va alle sezioni di combattimento appena accennate: esse caratterizzano circa il 90% di tutto il gioco e prevedono la famosa “pausa tattica” per istruire il gruppo sulle azioni da compiere. In realtà la pausa tattica è quasi del tutto inutile, perché basta premere il tasto di attacco senza soluzione di continuità, attivando di tanto in tanto i colpi speciali per stordire, amputare o frantumare i nemici. Sotto l'aspetto degli scontri fisici, il gioco ricorda molto i più gettonati hack'n'slash tipo il già citato Torchlight o Sacred 2, mentre la mattanza dei combattimenti e l'esplosione di ettolitri di sangue cremisi ci ha ricordato molto da vicino la violenza di God of War. Ad avvalorare questa affermazione aggiungiamo che le velleità tattiche non sono ricercabili a causa dell'intelligenza artificiale descritta più sopra e per lo scarso spazio di manovra in cui si agisce. Il tutto si traduce in confusionarie mischie in cui vince chi ha il dito più veloce. Peccato che, in linea teorica, Dragon Age non dovrebbe essere né un hack'n'slash né un action adventure.


Da “miglior GdR del 2009” a “gioco qualunque del 2011”

Dragon Age II è un GdR denso d'azione che condivide, con il suo predecessore, soltanto lo sfondo narrativo. E' caratterizzato da un personaggio, Hawk, che è l'alter-ego di chi gioca. Di quello si può scegliere il sesso di appartenenza e una delle tre classi di combattimento offerte: guerriero, mago, ladro, come la più classica tradizione di hack'n'slash (gdr d'azione) tramanda. L'ultima fatica di Bioware offre un'altissima qualità narrativa ed elevato ritmo di gioco che non fa mai giungere la noia. Purtroppo lo sviluppo troppo frettoloso - influenzato probabilmente da scelte di marketing - ha sortito l'effetto di donare al pubblico un prodotto radicalmente diverso da Dragon Age: Origins e sotto molti aspetti limitato e limitante. Per la semplicità d'uso, la spettacolarità della trama e la relativa facilità di gestione dei personaggi, ci sentiamo di consigliarlo ad occhi chiusi soltanto a chi vive di “pane e GdR”, mentre tutti gli altri dovrebbero fermarsi a ragionare l'acquisto: potrebbe essere fonte di delusione.

COMMENTO
Antonio "Aurenar" Patti

Ho esplorato, giocato e goduto Dragon Age: Origins in lungo e in largo nel corso di questi due anni. Da Dragon Age II non mi aspettavo né la rivoluzione di gameplay attuata né tutta la serie di semplificazioni che ne hanno, di fatto, decretato il prodotto finale. Che sia uno dei giochi di ruolo più venduti di quest'anno non lo si deve né alla qualità intrinseca del prodotto né per il carisma dei suoi personaggi. Venderà tanto per la sua accessibilità e per l'onda lunga ereditata da Origins, non certo perché sia uno dei migliori giochi di ruolo in circolazione. E' un buon modo di attendere Diablo III o The Witcher 2, di certo non il modo migliore.

GRAFICA:7I modelli poligonali dei personaggi e degli sfondi sono quelli di un anno e mezzo fa. Cambia solo il design delle armature e delle acconciature: più convincenti.
SONORO:8Doppiaggio inglese magistrale con tanto di accenti e dialetti. Colonna sonora epica ed effetti sonori d'impatto.
GIOCABILITà:7Semplicissimo padroneggiare i comandi base e facile prendere confidenza con i poteri e le abilità speciali. L'azione però diventa caotica e le velleità tattiche svaniscono presto. Nella media.
LONGEVITà:8Circa trenta ore di gioco, tre classi selezionabili e diverse scelte etiche da esplorare.
VOTO FINALE7
PRO:- Semplice ed immediato
- Ottima narrazione
- A tratti sembra un film
CONTRO:- Level design superficiale.
- Spesso limitante e limitato
- Azione a volte troppo caotica
Dragon Age: Origins (PC)Il vero punto di riferimento dei videogiochi di ruolo da dieci anni a questa parte. Monumentale ed epocale.
Fallout 3 ( X360 )La proposta post-apocalittica di Bethesda è, a detta di molti, la migliore di questa generazione di videogiochi.
SCHEDAGIOCO
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