Red Dead Redemption

Il Far West fatto a videogioco
Scritto da Mail@ BlackDukeITAil 04 giugno 2010
Red Dead Redemption Recensione

Red Dead Redemption è figlio di tanti titoli, di diverse correnti di pensiero. Prima di tutto, è ovviamente il seguito del buono, ma non incredibile, Red Dead Revolver, uscito diversi anni fa su PS2 e Xbox. Cosa ha, in definitiva, conservato di questo prequel? Più o meno nulla, se non il nome e, ovviamente, il tipo di ambientazione. Revolver era spesso un titolo auto-ironico, con personaggi al limite del caricaturale, cosa che Redemption tende a fare molto meno o, meglio, meno apertamente. Come tipo di gioco, sicuramente una grande influenza deriva da Gun, titolo pubblicato da Activision, uscito un anno dopo Revolver, anch’esso free-roaming con ambientazioni da western puro. Ma sicuramente, si potrebbe dire che Redeption sia il figlio di quell’immenso successo, commerciale e di critica, che è stato GTA IV.

Sarà riuscita Rockstar a superarsi, e a regalarci un altro passo avanti nel genere free-roaming? Oppure Redemption crolla sotto al peso del quarto episodio della saga di Grand Theft Auto?

John Marston non è Niko Bellic

Tutto inizia su un treno. L’anno è il 1911, e nell’America fatta di terre selvagge, banditi e nativi inizia ad arrivare l’ondata della rivoluzione industriale. E il treno, ovviamente, ne è il simbolo più evidente, più tangibile. Su questo treno viaggia il protagonista, John Marston. Per quanto sia oscuro il suo passato, è evidente la distanza da Niko Bellic: John arriva con il mezzo più moderno a disposizione a quei tempi, e giunge in una landa desolata, lasciata a se stessa; come unico scopo la vendetta o, meglio, la redenzione. Niko invece arriva in America, con pochi soldi e una nave passeggeri, alla ricerca del – mai realizzato – sogno americano. In definitiva, l’America rappresentata dai due titoli è tutto sommato diametralmente opposta, almeno sulla facciata. Terra di opportunità, economica e sociale da una parte; terra di pregiudizi, religiosi e civili dall’altra. La legge del più forte è legislatura in entrambe le Americhe, ma viene applicata e trasmessa in modi diversi.

Antitetici appaiono anche i due protagonisti, con una particolare differenza: John Marston non raggiunge il livello di profondità caratteriale mostrato da Niko. Colpa forse di uno sviluppo che è durato decisamente meno, Rockstar non è riuscita nell’impresa di creare un personaggio altrettanto interessante come il protagonista dell’ultimo GTA. John, soprattutto inizialmente, appare fin troppo come il classico avatar, poco distinto fisicamente se non per qualche cicatrice, dalla parlantina svelta ma tagliente, con poca inventiva e tanta voglia di fare. Frasi ad effetto, comportamento da macho/cowboy del nuovo mondo. In più, “condannato” da un doppiaggio in lingua inglese che non si adatta, soprattutto ai tempi del 1911, tanto che a momenti sembra di sentire un qualsiasi bulletto di Liberty City. Fortunatamente, con il progredire dell’avventura, sempre più dettagli verranno svelati su John, ma sono proprio le basi ad essere poco interessanti, soprattutto se confrontate con quelle di Niko.

Redenzione, si diceva. Proprio questo l’obiettivo del fuorilegge Marston (ma nell’America di quei tempi e luoghi, chi veramente era perfetto nei confronti della legge?). Inizialmente, nel confronto-scontro con Bill Williamson, primo – ma non unico – obiettivo, John ha la peggio, ma ovviamente è l’ultimo a perdersi d’animo. Inizia così la ricerca di compagni, supporter economici/militari, per tentare un assalto alla fortezza del nemico, Fort Mercer. Dei compagni che, paradossalmente, sembrano molto meglio caratterizzati del protagonista stesso: con il tipico umorismo Rockstar, i personaggi secondari si dispiegano a coprire tantissimi ruoli e caratteri diversi, dal fuori di testa profanatore di tombe al tipico irlandese ubriaco. Ognuno graziato da determinate caratteristiche uniche e da ottime linee di dialogo, talmente adeguate da dare davvero l’idea di trovarsi davanti a personaggi realmente esistiti. In definitiva, più che la storia personale di John, che inizia a prendere ritmo solo più avanti nell’avventura, l’interesse più grande si sposta verso i personaggi secondari, alle loro storie e alle loro filosofie di vita in un Wild West mai più vivido.


Il Far West non è Liberty City

Il Far West è un’ambientazione ormai diventata un classico grazie soprattutto ai tantissimi film ambientati in queste lande. Lasciando perdere eventuali paragoni cinematografici diretti (che li lascio al nostro Cocò, poco più sotto), è evidente come Rockstar abbia pescato a piene mani da tutta l’ampia tradizione cinematografica – e non – precedente. Il West immortalato da Redemption è esattamente come chiunque se lo immagina nella propria testa: lande desolate, assolate, ma anche ricche di vegetazione, di fauna. Paesaggi spesso mozzafiato, a volte vuoti e ripetitivi, graziati però da una distanza visiva sempre eccellente. Paesaggi vivi e vividi, con scorribande tra banditi sempre presenti ad animare un mondo altrimenti “vuoto” di interazione: interesse visivo piuttosto che interattivo. Bello, bellissimo da vedere. Ma cosa offre questo vasto mondo di gioco? Sparse per le ampie vallate e gli stretti canyon, si trovano varie cittadine, come quella di Armadillo, la prima che John visiterà appena sceso dal treno. Oltre al classico saloon, dove poter fare sempre e comunque a botte con gli ubriaconi del posto, trovano spazio diversi edifici: si distinguono varie armerie, venditori di medicinali, addirittura un cinema muto, ma anche tanti minigiochi.

Probabilmente imparando dalle critiche ricevute a GTA IV, Rockstar ha ben pensato di re-introdurre una maggiore varietà di possibilità con le quali spendere il tempo “libero” tra le varie missioni principali. E il Far West offre un grande assortimento di attività, per tutti i gusti, da tener impegnato il giocatore per tante, tantissime ore. Duelli all’ultimo proiettile, partite di poker e blackjack, lanci di ferro di cavallo, sfide a braccio di ferro, gare al galoppo, ma anche caccia di pelli di animali, raccolta di erbe preziose, ricerche di tesori e, ovviamente, la caccia ai banditi ricercati (Wanted: Dead or Alive, un classico che più classico non si può). Per non parlare poi delle missioni secondarie, attivabili qua e la per la mappa, interagendo con determinate persone, le quali necessitano sempre di qualche tipo di aiuto. Tutto quello che avete sempre sognato di fare nel Far West è disponibile in Redemption.

Assieme quindi ad una realizzazione stilistica di prima qualità, accompagnata e sorretta da un motore grafico - il RAGE, di cui Rockstar è proprietaria - capace (quasi) senza problemi di gestire il tutto e di dare profondità e spessore alla scena visualizzata (senza alcun caricamento ad interrompere l’esplorazione), si associa un motore fisico ben noto: quel fantastico Euphoria Engine già visto in azione nell’ultimo episodio "malavitoso” di Rockstar. Ma il Wild West di Redemption (grande il doppio di tutto lo Stato di San Andreas) è ben più vuoto di oggetti con cui interagire del quarto Grand Theft Auto, che tanto ci ha fatto divertire, soprattutto nella gestione degli impatti tra veicoli e nelle animazioni dei passanti. E così, lo stesso motore fisico che ci aveva stupito allora, oggi passa quasi del tutto inosservato. Le animazioni del protagonista sono buone, ma dopo titoli come Uncharted 2 e Assassin’s Creed 2, ormai gli standard sono altri. In più, non è raro imbattersi in qualche bug, come vedere il protagonista “scalare” un piccolo gradino, come se fosse una staccionata. Buona la gestione dei cavalli e del loro moto (e delle animazioni di chi li cavalca, compresa la reazione ai proiettili sensibili alla zona colpita), e dato che gran parte del titolo si giocherà proprio su una cavalcatura, non può che essere un fattore positivo, o almeno riuscito. Peccato insomma, perché per il resto, gli ambienti generalmente vuoti di oggetti con cui interagire di Red Dead Redemption poco si adattano all’Euphoria Engine.

Ciò che invece risulta perfettamente calzante è la colonna sonora, ottima per fare atmosfera nelle lunghe (forse fin troppo?) cavalcate nel West, perfettamente a tono quando la situazione si fa più calda, tra sparatorie ed imprecazioni. In più, da sottolineare la possibilità di usare la propria musica salvata sul disco rigido, anche su PS3 (piacevole novità questa). Ma, ne siamo certi, tutti preferiranno la colonna sonora originale.


Spari e ripari. Tutto come prima?

Il gameplay di Red Dead Redemption riprende da dove GTA IV aveva lasciato, rifinendo il tutto. Il sistema di mira automatica è stato perfezionato, anche se a volte può dare ancora problemi, mentre in altre situazioni sembra aiutare fin troppo (sono presenti comunque diversi settaggi di mira assistita; i veri cow boy si divertiranno a disattivare tutti gli aiuti). Nei conflitti a fuoco a cavallo, il sistema di mira assistita è fondamentale per cavarsela, ma spesso sembra davvero quasi una formalità sistemare i banditi di turno. In ulteriore aiuto del giocatore arriva addirittura il classico bullet-time da film - e gioco – western, qui chiamato “Dead Eye”. Associato ad una barra apposita, ricaricabile col passare del tempo o a suon di headshot, il Dead Eye si attiva e permette di selezionare con tutta calma i bersagli, e più in particolare, la regione del corpo del nemico di turno che si vuole colpire. Tra headshot facili e colpi disarmanti, lo slow-motion dona un lato spettacolare all’azione da non sottovalutare, oltre che un’arma in più per i pistoleri accaniti. Ripreso da GTA IV è anche il sistema di copertura. Anche qui, causa ambienti spesso aperti, i ripari si contano sulla punta delle dita, e spesso risultano anche superflui (essendo anche stata abolita la barra dell’energia vitale, sostituita dal classico schermo colorato di rosso sangue). Il sistema comunque è migliorato, ed è più facile agganciarsi e sganciarsi dall’oggetto di turno.

Per il resto, cosa offre Redemption? Le missioni, per quanto variabili negli obiettivi, sono spesso costituite dagli stessi elementi, con poche varianti. Cavalcate infinite per arrivare all’inizio dell’azione, condite con dialoghi interessanti quanto difficili da seguire, causa doppiaggio esclusivamente inglese e appesantito da un accento western non facile da digerire all’inizio, con i sottotitoli sconvenientemente troppo piccoli e posizionati troppo in basso. Solite sparatorie, con qualche variante, e il più è fatto. Poi sicuramente si trovano delle buone eccezioni, con situazioni particolari e sufficientemente diverse tra loro, ma la sostanza è quella. Da sottolineare l'introduzione dei checkpoint ben gestiti e di un sistema per riavviare direttamente la missione fallita (cosa che, data una difficoltà non esagerata, succederà raramente).

Tante le armi utilizzabili da John, tra fucili e doppiette, oltre all’immancabile Revolver. In più, merita una menzione d’onore il lazzo, usato sia per catturare cavalli scappati, sia per completare le sub-quest di cacciatori di taglie riportando il bandito vivo, e non morto (cosa che porterà più dollari nelle tasche di Mr. Marston). Libertà morale di comportamento non limitata a questo caso isolato, ma in generale ampliata al comportamento civile del giocatore. Il tutto riassunto dalla iconica barra dell’ “onore”, che può eventualmente precludere al giocatore determinate possibilità, ma mai determinanti. Ma anche qui, le possibilità di “trasgressione” offerte da Redemption non sono infinite.
Diverso è anche il sistema del “ricercato”: non più le stelle di GTA, che aumentano a seconda dello stato di devastazione creata in giro, ma più semplicemente una taglia sulla propria testa. Più alta la taglia, più probabile risulta essere inseguiti dagli sceriffi del posto. In più, pagando la taglia stessa ce ne si può liberare tranquillamente, così come corrompendo gli eventuali testimoni; un sistema, in definitiva, simile a quanto visto in Assassin’s Creed II.
Insomma, a parte l’inserimento di tutta una serie di minigiochi ed attività ludiche aggiuntive, perfettamente integrate nell’ambiente e nello spirito del gioco, Red Dead Redemption non aggiunge molto alla formula di GTA IV, andando forse addirittura ad eliminare qualcosa sotto il profilo delle scelte morali e dell’interazione sociale.

Un mondo vivo. Anche (e forse di più) online

Il mondo online di Red Dead Redemption riprende anch’esso direttamente da GTA IV, andando a perfezionare una formula già buona allora. Il vero cuore di questo mondo multiplayer è la modalità “Libera”, che permette fino a sedici giocatori di girovagare per il Far West rappresentato nel gioco e fare, sostanzialmente, tutto ciò che si vuole. Si possono improvvisare assalti a fortezze o covi di bande, dove cooperando si ottengono risultati nettamente migliori, oppure si può scadere nel deathmatch più classico e scialbo, ma sempre divertente. Il tutto condito da un sistema di crescita del personaggio, con punti esperienza, personalizzazione del protagonista e della sua cavalcatura, ormai immancabile e imprescindibile.

Ma questa modalità libera fa anche da lobby per l’organizzazione di partite più centrate sui canoni classici del gioco online multiplayer. Da qui si può “partire” alla volta di partite deathmatch a squadre (e non) e una particolare variante del classico “cattura la bandiera”. Nulla di eclatante, insomma, ma tutto strettamente legato allo stile del gioco e al mondo rappresentato. Spesso non si nota quasi la separazione da componente online e offline, rendendo l’esperienza ancora più immersiva.


Rockstar colpisce ancora (?)

Red Dead Redemption è un sogno fatto realtà per chiunque ami l’atmosfera western resa famosa dai tantissimi film degli anni che furono. Offre un’esperienza estremamente curata, con una attenzione per i dettagli non indifferente. Tutto, dal sonoro, allo stile grafico, passando per il gameplay, è volto a far respirare a pieni polmoni l’aria – calda e polverosa – del West. Ma, per quanto sia evidente alla luce del sole la cura messa nel titolo da Rockstar, si deve però riconoscere che non offre un’esperienza incredibilmente innovativa. Red Dead Redemption si “limita” ad aggiungere qualcosa alla formula dell’ultimo Grand Theft Auto, ma non riesce nell’impresa di creare un titolo altrettanto completo e rivoluzionario. Forse a causa di un protagonista un tantino “anonimo”. Forse per una ripetitività di fondo delle missioni. Forse per una minore possibilità di interazione con l’ambiente. Forse perché, ormai, il genere free-roaming ci sembra aver dato praticamente tutto.

Detto ciò, rimane un titolo imprescindibile per qualsiasi amante del genere western e dei titoli free-roaming. Un titolo che dura tanto, almeno quanto la vostra voglia di gettarvi in un mondo credibile quanto affascinante, pieno di compiti da svolgere e paesaggi mozzafiato da assaporare.

"Voglio vedere la frontiera, prima che scompaia"

di Nicolò Pellegatta

Quasi tramonto. Fuori da Armadillo gli ultimi pistoleri spronano i cavalli verso casa. Un altra giornata si conclude nel Vecchio West del millenovecentounidici. John Marston, il mio John Marston, ha ancora un compito da sbrigare: iha, vai cavallo, come il vento. Il cielo rosso fuoco, un treno che varca i binari di fronte al muso della cavalcatura, la ferrovia che impatta contro l'Ovest, che di questi tempi è già mito, già leggenda. E, proprio per sbaglio, la colonna sonora del C'era una volta il West di Sergio Leone: proprio quel tema che accompagna il treno che squarcia la città in costruzione, porta con prepotenza la frontiera alle soglie della modernità.

Ma proprio come nel film western di Leone, i vecchi pistoleri credono ancora di poter foraggiare il fascino esotico delle polverose cavalcate, dei duelli al calar del sole, degli interminabili inseguimenti, delle assolate distese deserte. Francamente Marston è uno di questi, ragiona come questi, vorrebbe essere uno di questi ed il suo proposito di abbandonare la vita selvaggia e il banditismo per restare a fianco della propria moglie e della propria prole crolla clamorosamente. Come il Clint Eastwood de Gli Spietati si trova costretto a rientrare in azione, un'ultima volta sulle tracce di Bill Williamson, per chiudere definitivamente i conti con il passato. Il tempo c'è tutto per un'ultima cavalcata, mano nella mano all'orizzonte del West. A Diego Malara di Repubblica, Sergio Bonelli, editore e sceneggiatore di Tex Willer, lo ha definito “un western crepuscolare. Immagino che la scelta di un setting come questo sia funzionale alle armi e elementi disponibili: meglio una mitragliatrice che un fucile ad avancarica, per intenderci”. Gli influssi filmici sono evidenti, sebbene c'è meno Spaghetti Western del precedente Red Dead Revolver e più western duro, alla Mucchio Selvaggio di Peckinpah.

Rockstar anche questa volta gioca con un'atmosfera borderline, impastata: “outlaws to the end” è il motto della produzione. I vecchi eroi della frontiera ora si arrabattano come possono, depredano carovane, imbrogliano a tutto spiano, compiono efferati crimini, stuprano donne con una violenza indicibile che non può essere altro che una superflua smania di sopravvivenza, di portare un po' più in là la morte del West. Niente indiani, pochi, e John Ford alla fine è accantonato del tutto dall'immaginario western statunitense: solo uomini, fragili ma che giocano a fare i bulli, gli omaccioni, gli immortali. E così ci si imbatte in cow boy del grande schermo che parlano con frasi ad effetto, ma pistola alla mano proprio non ci sanno fare. O chi, come Sam Odessa, che sogna di vedere il blue cristallino del Pacifico: vana speranza la sua, di diventare qualcuno, di perpetrare il mito familiare “dal Mar Nero all'Oceano Pacifico in tre generazioni”. Red Dead Redemption è una estrema ballata sul Far West, tragica, funebre. E la redenzione tanto sospirata alla fine non arriva...

Un'immagine de "Il mio nome è nessuno" (1973) di Tonino Valerii.

COMMENTO
Mail@ BlackDukeITA
Devo dire che mi aspettavo qualcosa di più da Red Dead Redemption. La critica estera l’ha premiato con voti altisonanti, e mi sono approcciato al titolo con interesse. Ma, col passare del tempo e delle ore di gioco, mi è parso tutto sommato un titolo senza incredibili novità. Realizzato ottimamente (pur con qualche eccezione), ma senza quella componente che ti fa fare “wow”, ciò che differenzia i veri capolavori dai titoli sostanzialmente buoni. Sembra tutto lì dove dovrebbe essere, ma manca quel qualcosa in più, quel quid "magico". Fortunatamente, dopo un inizio lento e abbastanza noioso, fatto di tutorial e missioni semplici, il gioco inizia a prendere ritmo, e la trama si fa un tantino più interessante. Ma lì Redemption si ferma, e non aspira a cambiare molto, limitandosi ad aggiornare la stessa formula e a ripeterla all’infinito. Piacevole, ma non il capolavoro che mi aspettavo.
GRAFICA:9Il Far West più bello mai visto in un videogioco. Qualche imperfezione qua e la, ma la immensa distanza visiva sa regalare emozioni.
SONORO:9Buona colonna sonora e ottimo doppiaggio dei personaggi secondari. Non così buono, invece, il doppiaggio del protagonista.
GIOCABILITà:8.5Riprende a piene mani da GTA 4, sistema di coperture e mira automatica compresi. Tolti i nuovi minigiochi, però, aggiunge ben poco ad una formula ormai trita e ritrita.
LONGEVITà:10Per completare le missioni principali ci vorrà una ventina d’ore. Restano poi tutte le subquest, le sfide di caccia e i minigiochi. Per non parlare, poi, della modalità online, davvero ben curata.
VOTO FINALE9
PRO:- Atmosfera da film western perfetta
- Personaggi secondari riusciti
- Modalità Online interessante
CONTRO:- Missioni un tantino ripetitive
- John Marston più avatar che personaggio
- Poche novità eclatanti
GTA IV: Episodes From Liberty City ( PS3 )Il vero prequel di Redemption. GTA4 offre un mondo moderno vivo e pieno di possibilità ludiche e non. Imperdibile, soprattutto con l’aggiunta dei DLC.
Just Cause 2 ( X360 )Vagamente, l’ambientazione è simile a quella di RDR. Ma Just Cause è un titolo scanzonato e che si prende poco sul serio, regalando però tanto sano divertimento.
SCHEDAGIOCO
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Red Dead Redemption2010-06-04 10:12:00http://www.vgnetwork.it/recensioni/red-dead-redemption/Il Far West fatto a videogioco1020525VGNetwork.it