Lo chiamavano finalmente

Ovvero, della possibilità di un filone di genere nel BelpaeseScritto da Giulia GabanellaMailil 13 marzo 2016
Lo chiamavano finalmente Speciale

I prodotti del cinema italiano, si sa, spesso e volentieri sono ad uso e consumo strettamente nostrano, con ingredienti semplici (fin troppo) e genuini (come sopra) della nostra tradizione, che in genere non si discosta dalla commedia (sentimentale o meno) e, nella migliore delle ipotesi, dal dramma esistenziale.

Al di là di qualche brillante prodotto di esportazione (come i registi Tornatore e Salvatores e il neo-premio Oscar Ennio Morricone), l’autarchia cinematografica italiana quasi mai prevede l’importazione di tematiche o filoni di genere dall’estero, raramente dall’Europa, men che meno che da oltre le Colonne d’Ercole. Tuttavia, c’è chi, in silenzio, con tenacia, costanza e spirito d’osservazione sogna, e sogna in grande. È il caso del regista Gabriele Mainetti e della sua – splendida – creatura Lo chiamavano Jeeg Robot, dal 25 febbraio nelle nostre sale, già benedetto da plausi di pubblico e di critica, lamenti dei nemici e gemiti delle donne. La vicenda del piccolo delinquente di borgata, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) e la sua nemesi, lo Zingaro (Luca Marinelli), già recensita in tempi non sospetti (QUI la recensione in anteprima alla Festa del Cinema di Roma), sembra gettare luce nelle tenebre dell’eterno ritorno dell’uguale del cinema italiano e offrire la possibilità di un filone originale nostro che non scimmiotti le pellicole estere senza il necessario background estetico e filologico ma che sappia calarsi nella realtà in cui viene rappresentato. E così, mentre il mercato mondiale è dominato dai cine-comics Marvel e DC, può l’Italia dar vita a un universo supereroistico che non scada nella comicità trash à la Vanzina bros., tipo Capitan Spaghetto e Natale a Cortina? La risposta è sì, si può fare. Vediamo, per punti, come.


Eroe e antieroe: il Brigante nell’immaginario collettivo italico

L’italiano medio, anche il più benpensante, placido, tradizionalista democristiano, sotto sotto, cova sempre una malcelata e sottile antipatia per l’eroe senza macchia e senza paura: crede sempre che ci sia qualcosa sotto. Che vogliano fregarlo. Al contrario, tende curiosamente a parteggiare per i fuorilegge (basti pensare a quanti ne ha eletti…) e lo dimostrano le popolarissime epopee dei vari Passator Cortese o, più recentemente, dei Faccia d’Angelo e della Banda della Magliana (come non citare Romanzo Criminale?). Il caso mondiale più famoso del genere è Deadpool, anch’esso correntemente nelle nostre sale (e recensito QUI dal nostro Scanna), “un cattivo che difende i deboli da quelli più cattivi di lui”. Trend apparentemente alternativo, ma che nasconde un messaggio assai più confortante, democratico (e un po’ qualunquista) sull’essere un eroe: chiunque può diventarlo. Non servono eccezionali doti fisiche né addirittura morali, basta trovarsi nel posto giusto al momento giusto – come Enzo e il suo tuffo improvvisato nel Tevere – e soprattutto imbattersi nella motivazione giusta (nel caso di Enzo, l’incontro con Alessia). Anche il giusto antagonista può aiutare: lo Zingaro è un cattivo istrionico, narcisista, afflitto da evidenti insicurezze, paranoie e complessi di inferiorità che tenta di mettere brutalmente a tacere tramite momenti di puro esibizionismo (strepitosa la performance di Luca Marinelli di Un’emozione da poco) e tremende esplosioni di violenza gratuita. Una nemesi con la caoticità di un Joker e la fragilità di un Loki, ma uno spessore e una caratterizzazione tutti suoi.


Generazione shōnen

Il regista Mainetti, classe 1976, appartiene indubbiamente a quella generazione che ha subito prepotentemente l’influenza degli shōnen-anime nella cultura pop tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, complice la loro diffusione virale all’epoca, più vicina alla massa dei fumetti provenienti da Oltreoceano. 

Non va dimenticata, inoltre, la tradizione fumettistica italiana che ha dato vita a grandi eroi solitari, monolitici, dalla morale sfuggente e la battuta sagace, come Tex Willer, Diabolik, Dylan Dog e Corto Maltese. Mainetti aveva già fuso insieme precedentemente le sue ispirazioni in due cortometraggi da lui prodotti e girati, Basette (2008) e Tiger Boy (2014). In entrambi i casi il protagonista si ispirava ad eroi degli anime giapponesi – Arsenio Lupin III e Naoto Date, meglio conosciuto come l’Uomo Tigre – per riscattarsi dallo squallore claustrofobico che li circonda. Tuttavia, è solo in Lo chiamavano Jeeg Robot che questa dialettica assume una potenza e autonomia narrativa definitive, creando un meta-universo underground in cui i supereroi prendono vita grazie alle loro controparti di celluloide e carta, non senza il contributo di una componente fondamentale: la città.


A ogni Batman la sua Gotham: l'importanza dell'ambientazione

La realtà territoriale italiana è fatta di tante sfaccettature e tante declinazioni diverse, che possono mutare completamente in pochi chilometri. Laddove i confini amministrativi corrispondono ad altrettanti confini linguistici e culturali, è importante sapere quale sia la bella città, dove è la nostra scena. Il luogo da sempre deputato alla rivelazione e al percorso di formazione del supereroe è la metropoli, tentacolare, infida, pericolosa e caotica, al punto da costituire al tempo stesso il banco di prova e il rifugio del protagonista, che può proteggere i suoi abitanti e la propria identità segreta, mimetizzandosi tra di loro. Ecco perché risulta (con)vincente, qui, l’ambientazione nella borgata di Tor Bella Monaca e la perfetta conoscenza e conseguente rappresentazione del suo microcosmo di illegalità, umanità marcia e piccole redenzioni quotidiane, il modo in cui la gente salva sé stessa dal marciume o vi sprofonda, ogni giorno.

Ecco che i nemici di Enzo non sono più minacce aliene, scienziati pazzi e creature dai poteri soprannaturali, ma microcriminali e gangsters di quartiere, tanto più insidiosi perché perfettamente a loro agio nelle acque basse e torbide dove sguazzano. Quest’atmosfera noir così perfettamente calata nella sua ambientazione, al punto che essa ne diventa autentica protagonista accanto ai personaggi, ricorda un altro fortunato supereroe (?) della letteratura italiana, il commissario Salvo Montalbano – e spiega perché il precedente tentativo di introduzione del filone di genere supereroistico in Italia, a opera di Salvatores, Il ragazzo invisibile (2014), seppur impeccabile dal punto di vista registico ed estetico, non convince e trascina quanto Lo chiamavano Jeeg Robot: la fredda ambientazione triestina non emerge e non collabora allo stesso modo coi protagonisti, al punto che il film avrebbe potuto avere luogo in qualsiasi altra città e la storia non ne avrebbe risentito. Ma con Mainetti Roma Capoccia la fa, come sempre, da padrona.


Poeti santi navigatori e supereroi

Eccoli qui, i non così semplici, ma, quello sì, genuini ingredienti per un cinema nostrano che sa reinterpretare quello che il vasto mondo ha da offrire e renderlo credibile nell’hic et nunc della periferia romana: una generazione di eroi che eroi non sono, ma disposti a crederci con tutte le loro forze; sapore di noir e gangster movie; grandi prove da attore; sceneggiatura graffiante (e un po’ coatta); colonna sonora da brividi e il grembo oscuro di una periferia ad abbracciare la scena. Chissà che Mainetti non abbia spalancato le porte della percezione del pubblico per essere, finalmente, un popolo di poeti, santi, navigatori e… supereroi? Per parafrasare una citazione dalla trilogia di Nolan in cui, curiosamente, è proprio Santamaria a prestare la voce al Cavaliere Oscuro: non il film che il nostro cinema merita, ma quello di cui aveva bisogno.

Grazie, Hiroshi Shiba

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Cover Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot

  • Produttore: Rai Cinema
  • Distributore: Lucky Red
  • Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli
  • Anno: 2016
  • Genere: Fantastico
  • Regia: Gabriele Mainetti
  • Durata: 112'
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