Anime Salve (?)

Prima di Dark Souls III, un tuffo nei ricordi targati SoulsScritto da La Redazion-...GAME OVERil 08 aprile 2016
Anime Salve (?) Speciale

A pochi giorni dall'uscita dell'attesissimo Dark Souls III, la redazione di VGNetwork si è gettata a caccia di ricordi legati ad una delle serie più importanti e di successo degli ultimi anni. Dai timidi - si fa per dire - esordi di Demon's Souls alla pura adrenalina mista a terrore di Bloodborne, ciò che segue sono le nostre terribili esperienze, i nostri più felici ricordi, tra un Game Over e l'altro.

Di Edoardo "Black Duke" Rasciti

Tutto è cominciato da qui. Da un titolo pensato per la nicchia giapponese e che per molto tempo ha rischiato di rimanere confinato nella terra del Sol Levante. Poi, il gran passa parola, i primi import del titolo grazie ad una PS3 region-free, fino al fiuto degli affari (ma anche un bel rischio preso) di Namco Bandai nella decisione di pubblicarlo ufficialmente anche in Europa. Lo stesso fiuto mancato a Sony (salvo poi rifarsi successivamente), co-sviluppatrice del gioco assieme a From Software, che non ha creduto nella possibilità che un titolo così difficile, ostico, impegnativo e per certi versi provante potesse ambire ad un ampio pubblico. Perché in effetti tuttora i “Souls” sono un bel caso particolare, in una industria videoludica che sempre di più cerca ampi consensi e partecipazione, dove il “premi X per fare una cosa figa” sembra(va?) ormai diventato lo standard.

Ed il bello dei Souls, e in particolare di Demon’s Souls in quanto capostipite, è proprio il rendere il giocatore il catalizzatore dell’esperienza di gioco, quasi fosse lui stesso a “salire di livello” o acquisire punti esperienza. Demon’s Souls obbligava a studiare le ambientazioni, calibrare gli attacchi, prevedere i movimenti, gestire con sapienza l’inventario. Un titolo dove spesso la ritirata era arma tattica fondamentale, specialmente quando la libertà d’esplorazione concessa permetteva di trovare nemici di tutt’altro livello. E anche il Game Over, spesso, sapeva insegnare. Da tutto questo sforzo, concentrazione, tensione, adrenalina, nasceva poi la sensazione di soddisfazione, di compiutezza, di appagamento e gratificazione una volta raggiunto un nuovo safe point o eliminato l’ennesimo, terrificante boss. Endorfine pagate a caro prezzo.

Ed è per questo che ritengo ancora oggi Demon’s Souls il migliore dei Souls. Più che altro perché è stato il mio primo impatto, con le sue disarmanti regole, relativamente nuove rispetto agli ultimi anni di gaming fatti di checkpoint continui e vite infinite. Tutte le basi dei Souls che conosciamo oggi erano già presenti nell’originale: le anime da raccogliere (e perdere), i pochi safe point, i messaggi lasciati dagli altri giocatori, le invasioni del pvp così come l’evocazione della co-op, il lore profondo ma difficile da seguire, il peculiare stile dark/medioevale. Ho ricordi vivissimi di puro terrore nella Torre di Latria, con i campanellini dei Mind Flayer che tormentano ancora i miei sonni; o delle centinaia di frecce che ho tirato al Drago Rosso per ucciderlo in volo (totalmente opzionale); la tentazione di uccidere degli NPC importanti per seguire la quest di quel pazzo di Mefistofele; alcuni degli scontri con i boss più epici di sempre, come il Signore delle Tempeste, il Trapassatore e il Mangiauomini.

Ricordi di una sfida difficile, bella, appassionante, ma infine vinta.

Di Luca "lou" Marinelli Brambilla

Nel 2011 la mia Xbox 360 aveva già qualche anno di vita, e nonostante non abbia mai smesso di giocare devo ammettere che spesso mi annoiavo, complice un’offerta videoludica che devo dire trovavo un po’ troppo ridondante, piena di giochi sempre troppo simili nelle loro semplici meccaniche. Ai miei radar era sfuggito Dark Souls, così come il precedente Demon’s Souls, a causa di un momentaneo allontanamento da forum e canali specializzati in genere. Entrato in un negozio di videogiochi venni però colpito dalla copertina di Dark Souls, che trovavo (e trovo tutt’ora) piuttosto bruttina, ma che in qualche modo mi trasmetteva l’idea di “gioco giapponese di nicchia che hanno giocato in tre persone”, ma che ha molto da dire. Se la saga non avesse avuto inaspettatamente successo, probabilmente avrei indovinato. 

Insomma, faccio un rapido giro su internet e leggo che Dark Souls ha una grande base di appassionati, che è piuttosto difficile, ha una direzione artistica incredibile ed è un adventure RPG. Perfetto, si compra. Inserito il disco nella console la prima sensazione è stata di spaesamento: dopo un’introduzione bellissima vengo subito buttato nel gioco, senza tutorial, e dopo 5 minuti mi ritrovo davanti un primo boss piuttosto grande che massacra il mio povero avatar con un paio di colpi… Ok, che era difficile lo sapevo, ma qui si esagera. Prova e riprova mi accorgo che c’è una piccola porta sulla sinistra, scappo, muoio un altro bel po’ di volte, e mi ritrovo, ancora, di fronte a quel coso enorme con le alucce. Rimuoio, ancora. E ancora

Viviamo negli anni 2000, quindi mi sono messo a cercare su Internet la causa della mia inettitudine, e ho scoperto un mondo di Wiki, suggerimenti, forum, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, cerco di iniziare a reggermi in piedi tramite le esperienze di altri. Con tanta pazienza riesco ad avere ragione del mostrone, per ritrovarmi poco dopo rapito da un corvo enorme che mi trasporta al Santuario del Legame con il Fuoco dove incontro un NPC che parla tanto ma non dice praticamente nulla. Blatera di due campane, ma non c’è un indicatore, un diario, una mappa. Non capisco. Comincio a vagabondare e a prendere schiaffoni da nemici all’apparenza impossibili da tirare giù. Piano piano imparo, morte dopo morte, le strategie, il posizionamento dei nemici, l’uso dell’inventario, ed inizio ad acquisire la manualità necessaria ad eseguire con naturalezza ogni movimento; a quel punto il gioco si è dischiuso. Dopo un inizio di confusione totale per quell’impostazione così innovativa nel suo essere innatamente retrò, ho cominciato a muovermi con scioltezza all’interno del mondo di gioco. Perché Dark Souls ha un world design che mangia in testa a qualsiasi gioco tridimensionale si sia mai visto, una direzione artistica che tre quarti dell’industria a confronto sembra composta da bambini che giocano con i pennarelli, e un gameplay di marmo. Ma non è questo che rende Dark Souls una delle migliori cose mai successe al videogioco. Dark Souls è un percorso di formazione, di miglioramento del giocatore. Si parte gattoni e ci si riesce ad alzare in piedi, per poi, seppur claudicanti, muovere passi lenti. Lenti e ragionati, in un gioco che rimette il giocatore al suo posto ad ogni ostentazione di sicurezza eccessiva. È un maestro severo, Dark Souls, che alla fine del percorso non ti ricompensa con un filmato di 4 ore, ma con altri schiaffi, in un New Game+ che inasprisce gli scontri. La soddisfazione dell’aver finito un gioco che non potrà mai dirsi finito è nel profondo del giocatore, e non nei biscottini che gli sviluppatori ci elargiscono di questi tempi prima dei titoli di coda.

Di Daniele "Jabberwocky" Spelta

"Sir Alonne giunse in questa terra da est, scelse di servire un signore poco conosciuto e privo di influenza, e lo aiutò a diventare il Vecchio Re di Ferro. Poi, al culmine del regno del suo sovrano, Sir Alonne partì di nuovo, in cerca di una terre ancora sconosciute"

Vi prego, non odiatemi se vi dico che il mio Souls prefito è Dark Souls II, il fratello scemo della saga, ma capitemi, sono solo un giocatore PC e il mio rapporto con le creazioni di Miyazaki è quindi piuttosto limitato e poi avete ben presente che razza di porting è stato fatto per il primo capitolo. Capitemi quindi se preferisco i combattimenti più dinamici, la minore legnosità e l'accresciuta agilità del cavaliere non morto del secondo Souls e perdonatemi di nuovo se ciò di cui vi voglio parlare è un boss, argomento che fece discutere e scuotere la testa a tutti i puristi dei Souls. Anche io ho dovuto raccogliere le braccia (e qualcosa d'altro) davanti al Demone dell'Ingordigia e al Vecchio Re di Ferro, talmente pigro da non abbandonare mai la sua piscina fatta di lava e da affrontare in quello che è a tutti gli effetti un pessimo esempio di level design, ma ammettetelo, quando, dopo esservi fatti largo attraverso un intero esercito di Cavalieri di Alonne e Salamandre di Fuoco, avete attraversato la nebbia e siete giunti al cospetto di Sir Alonne, avete dovuto mestamente constatare che anche Dark Souls II possedieva i suoi momenti cult. Ok, facendo i pignoli questo boss fa parte del DLC Old Iron King e per di più si tratta anche di uno scontro facoltativo, attivabile solo inoltrandosi all'interno della Torre della Nebbia. Ci posso però scommettere tutto quello che volete, nessun giocatore in possesso di questa espansione si è astenuto dall'epico duello con Sir Alone: attraversi la nebbia, ti trovi in questa immensa sala fatta di colonne e di marmo e lui è seduto lì in mezzo alla stanza ad aspettarvi. Da lontano sale una muscia epica, senza ombra di dubbio la migliore OST di accompagnamento ad una boss fight in questo Dark Souls II, non fate in tempo ad avvicinarvi che già vi trovate scaraventati a terra con metà dei vostri punti vita. Oltre che ad essere una delle figure più interessanti di questo secondo capitolo per via della sua lore e del suo legame con il Vecchio Re di Ferro, il cavaliere armato di letale katana rappresenta anche uno degli scontri più duri che si affrontano nei due Dark Souls e no, girare attorno alla sua figura non è una buona strategia di attacco. Non mi vergogno affatto a dirlo, ci avrò provato almeno una decina di volte e con altrettante build, ma se non avessi evocato i due NPC Lorrie Animo Fiero e Aidel il Guerriero Errante, probabilmente sarei ancora lì ad imprecare ad ogni scatto ed affondo di Sir Alonne. Probabilmente non basta la sua aurea di impavido combattente ed il duello che spinge al massimo i vostri riflessi ed abilità per riscattare del tutto questo Souls orfano di Miyazaki, ma credo di non proferire un'eresia se dicessi che Sir Alonne è uno dei migliori boss inassoluto fra tutti i Souls. 

Di Guido "Guinko" Sorà

Non era passato molto tempo dalla mia ultima battaglia persa in Dark Souls II. Dopo mesi di farming ero quasi vicino al completamento del titolo che mi aveva fatto scoprire cosa significasse prendersela davvero per un Game Over. Le meccaniche di From Software, basate su una curva di apprendimento a tratti ripidissima e boss letali al punto giusto, mi avevano quasi messo al tappeto. Pensavo che la software house nipponica non avrebbe mai potuto produrre nulla di più avvincente, ma mi sbagliavo. 

All’E3 del 2014 venne presentato il nuovo lavoro di Miyazaki e soci: Bloodborne. Sin dalle prime immagini l’ultimo prodotto di From Software riuscì a stregarmi, ma allo stesso tempo infranse quelle che in termini di gameplay erano state le mie ancore di salvezza. Ai cavalieri senza macchia e senza paura (ma con pesanti corazze) si sostituivano infatti i Cacciatori, strani personaggi muniti di armi dalla forma bizzarra e di potenti armi da fuoco, ma soprattutto… privi di scudo! Alla tanto amata Drangleic si sostituiva Yharnam, una città dal look vittoriano devastata da un tremendo morbo. Un salto in avanti non solo cronologico, ma anche videoludico. Gli scontri “ragionati” dei capitoli precedenti lasciavano il posto a battaglie frenetiche, in cui l’unica difesa (citando il solito clichè) era l’attacco. Il videogiocatore non aveva la possibilità di sfruttare l’utilissima parry, ma aveva l’arduo compito di sparare nel momento giusto per stordire l’orribile creatura di turno. Una logica tutt’altro che facile da accettare, dato che in palio c’erano sempre gli indispensabili punti esperienza, distribuiti sotto forma di echi del sangue.

Creature Lovecraftiane ed immensi dungeon procedurali invasero i miei sogni ed i miei incubi per mesi, fino all’ottenimento del tanto ambito Trofeo di Platino. Mi sentivo svuotato, sentivo che la caccia per me non era ancora terminata. Per fortuna From Software la pensava esattamente come il sottoscritto, e per la gioia dei fan annunciò un contenuto aggiuntivo, The Old Hunters. Il DLC regalò a tutti i fan ore aggiuntive di gioco ed aggiunse diverse armi all’Arsenale del mio cacciatore, ma non riuscì a soddisfare la mia insaziabile sete di echi del sangue.

Perché il mio cuore lo avevo perso qualche ora prima, fra i vicoli della mia amata Yharnam, e credetemi se vi dico che è ancora lì. Ciò che videoludicamente attendevo da anni, il sogno chiamato Bloodborne purtroppo si era concluso.

SCHEDA
Cover

  • data d'uscita:
  • produttore:
  • sviluppatore:
Scheda completa...