Livin' da 2K16

Spike Lee e il suo esordio videoludico: impressioni a caldo con NBA 2K16Scritto da Matteo "Scanna" ScannaviniMail@ mattscannail 25 settembre 2015
Livin' da 2K16 Speciale

La serie di NBA 2K è da sempre un punto di riferimento indissolubile per gli amanti della palla a spicchi. Visual Concepts e 2K da tempo immemore ormai ci allietano ogni anno con quella che è la serie sportiva più premiata di sempre, più completa e, spesso, più innovativa. Perché i ragazzi del team di sviluppo non si accontentano ogni anno di rifinire il gameplay, aggiungere nuove funzioni alla caterva di modalità che già sono presenti nel gioco o magari di aggiornare la – incredibile nella next-gen – grafica e presentazione del loro titolo, no. NBA 2K ogni anno cerca di alzare l’asticella, di trovare la partnership giusta o di offrire al mondo delle simulazioni sportive qualcosa di nuovo, qualcosa di unico, qualcosa di inesplorato. Un anno fa per esempio, la modalità MyCareer, quella dove si crea il proprio giocatore, magari utilizzando il – terribile ma potenzialmente interessante – tool che sfrutta le telecamere PS Camera o Kinect per replicare le nostre fattezze nel gioco, vide una rivoluzione quasi completa: per la prima volta un videogame sportivo dalla cadenza annuale offriva una storia inedita da affiancare alle evoluzioni del nostro alter-ego virtuale sul campo.

Dopo l’intreccio e i personaggi magari un po’ abbozzati di 2K15, Visual Concepts rilancia, portando dalla sua parte nientepopodimeno che Spike Lee, un maestro del cinema di colore, appassionatissimo di pallacanestro e autore di quello che è, senza molti dubbi, il più bel film ad essa dedicato di sempre: He Got Game. Così la più grande attrazione di questo NBA 2K16, del quale possiedo già la versione finale, è sicuramente Livin’ Da Dream, la nuova storia inedita diretta da Spike e realizzata grazie alle tecnologie avanzatissime di Mo-Cap del team di sviluppo.


Vivere il sogno

Livin’ Da Dream racconta la vita di Frequency Vibrations (rinominabile in quello che volete, ovviamente), detto Freq: un ragazzone di colore (potrete anche creare un avatar bianco, con risultati esilaranti nelle parentele e negli atteggiamenti) cresciuto nel tremendo quartiere di Harlem a New York. Come per moltissimi suoi coetanei e come in altrettante storie sul basket, il suo sogno e il suo biglietto per uscire dalla sua condizione di indigenza è diventare un campione. Accompagnati da sua sorella Cee-Cee e dal suo amico Vic, seguiremo le vicende della vita di Freq, dentro e fuori dal campo, partendo dall’ultimo anno di liceo, per poi passare a College e, infine, alla Terra Promessa, l’NBA. La storia di Freq è raccontata tramite scene catturate con il Motion capture e portate in vita da attori in carne ed ossa, diretti da Spike. L’incredibile motore grafico e le espressioni facciali del gioco renderanno l’esperienza quanto di più vicino a quella di un film vero e proprio: 2K non ha lesinato sui valori di produzione, nossignore.

Seguendo l’ascesa di Freq, ovviamente scenderemo in campo con lui: Livin’ Da Dream si gioca e si organizza esattamente come MyCareer. Fuori dal parquet, il giocatore assisterà alle interessanti cut-scenes, seguendo la storia, la quale avrà termine dopo l’anno da Rookie nei professionisti di Vibrations. L'intreccio risulta solido, seppur banalotto, ma resta davvero fantastico per un gioco sportivo ad iterazione annuale.

Tuttavia, i timori che avevo sulla partecipazione di Spike Lee prima dell’uscita, i quali avevo rivolto pure al mio amico Rob Jones di Visual Concepts quest’estate alla Gamescom, si sono rivelati fondati. Non c’è niente di sbagliato nella trama di questa modalità, anzi: il team ha fatto davvero un ottimo lavoro, migliorando notevolmente quanto fatto dodici mesi fa e portando un cast di attori molto in gamba. Quello che mi ha deluso è sicuramente il “fattore Spike” se così lo volessimo chiamare. Nel caso abbiate visto uno o più film di Lee, compreso il mai troppo lodato He Got Game, avrete riconosciuto il suo tocco dark, duro e crudo, adulto e disilluso che il regista porta nelle sue opere. Sesso, violenza, droga: se ne vedono di tutti i colori. NBA 2K16 tuttavia, per mantenere la sua indispensabile valutazione di “gioco adatto a tutti” non ha potuto – giocoforza – dare carta bianca al maestro, facendogli perdere la sua unicità e “bastardizzandolo” per un’audience più ampia e più variegata. Livin’ Da Dream sembra proprio la versione light, all’acqua di rose, di He Got Game(film che viene citato più volte dai personaggi, incluso l’agente Dom Pagnotti, già presente nella vita di Jesus Shuttleworth, ndr). Il che non è necessariamente un male, ma le vicende di questa storia diventano così per la maggior parte prevedibili e un po’ sdolcinate, mascherando le accuse sociali e i temi più pesanti con una patina di sorrisi e battutine, le quali rendono l’esperienza tutto tranne che memorabile.


Non solo sogni, ma solide (?) realtà

Al di là delle avventure di Frequency Vibrations, NBA 2K16 ha moltissimo altro da offire, pur avendomi lasciato, stranamente, un sapore agrodolce in bocca, in queste prime ore passate con il gioco. Queste mie impressioni si basano infatti sulla versione finale del software, tuttavia ancora sprovvista di server funzionanti, i quali influiscono su quasi tutte le modalità di gioco, a parte le amichevoli e le stagioni offline ovviamente. Per parlare delle altre novità e dare un giudizio così definitivo al titolo, vi consiglio di continuare a seguire VGNetwork.it la prossima settimana.

Per il momento e come accennato,attualmente, vedo il bicchiere pieno per metà. E ciò è dovuto a mancanze sia tecniche di giocabilità. Partiamo dall’ultima, da sempre il fiore all’occhiello della serie. Da qualche anno, proclami a parte, Visual Concepts sembra non avere intenzione di innovare pesantamente il suo comprovato gameplay, come avvenne invece in altre circostanze (vedi capitoli 2K7 e 2K13 per citarne due dei più riusciti). Delude infatti, benché il tutto resti ancora più che godibile, vedere come il passaggio al nuovo hardware abbia portato quasi solo migliorie prettamente estetiche – seppur colossali – al gioco. Non si è vista infatti l’evoluzione che ci si poteva attendere dal motore fisico o dai comportamenti dei giocatori per esempio. Vengono introdotte nuove animazioni, nuovi dettagli, viene cambiato spesso il layout dei tasti (quest’anno è toccato ai diversi tipi di passaggi, ora gestibili anche con il pulsante Y e B) ma, pad alla mano, il titolo si gioca bene o male come quattro o cinque anni fa. Il che non rappresenta un problema, per carità, ma alcuni difetti restano, specialmente legati ai livelli di difficoltà più elevati e alle partite contro la IA. Per esempio, le difese gestite dal computer restano davvero troppo performanti:come fa un Tony Parker scatenato nelle Isomotion non riuscire a battere se non dopo strenui tentativi un pessimo difensore come Kyrie Irving dal palleggio?

Come fanno certi difensori a intercettare passaggi quasi senza guardare?

Perché i giocatori mantengono ancora quella fastidiosa inerzia nel muoversi o perché resta ancora così difficile centrare il tempismo giusto nei tiri da fuori?

Adesso mi verrete a dire che sono scarso, ma non è così: giocando a NBA 2K dal 2006 tutti gli anni, penso di parlare con cognizione di causa.


​Crash like a basket ball

Gameplay a parte, le prestazioni del titolo sono alquanto altalenanti. Benché il motore grafico resti splendido e fluido per il 90% del tempo, nel mio tempo con NBA 2K16 non sono mancati freeze, alcuni definitivi, alcuni di pochi secondi e una marea di crash, tali da riportare alla dashboard di Xbox One in tantissimi frangenti, specialmente al termine delle cut-scenes di Livin’ Da Dream. In sede di recensione farò più chiarezza sull’argomento, in seguito alla comparizione sulla scena dei server ufficiali, si sa un elemento imprescindibile per l’esperienza NBA 2K e, possibilmente, una delle cause di queste inattese problematiche.

NBA 2K16 così, dopo tante attese, mi ha forse un attimo deluso. Certo, devo ancora provare tutte le modalità in multiplayer, il Pro-Am, l’inedita gestione dell’online e tanto altro, ma per il momento non mi ha convinto al 100%. Il gameplay, pur rimanendo più che ben fatto, è stagnante da anni e mal bilanciato in certe situazioni, la stabilità del software e la fluidità dell’esperienza ad oggi lasciano a desiderare e Livin’ Da Dream, anche se straordinario in molti aspetti, non è quell’opera rivoluzionaria che la partnership con Spike Lee poteva lasciar immaginare. Vi rimando a tra pochi giorni su queste pagine virtuali per la recensione definitiva, la quale ovviamente si concentrerà principalmente su quanto non trattato in queste impressioni a caldo. 

SCHEDAGIOCO
Cover NBA 2K16

NBA 2K16

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