Nella Konami che vorrei

Memorie di un samurai sull'orlo della pensioneScritto da La Redazioneil 03 ottobre 2015
Nella Konami che vorrei Speciale

Notizie incontrollate e smentite. Release di qualità e pachinko. Kojima o non Kojima. E in mezzo i videogiocatori di vecchia data, sgomenti, increduli e rimbalzati da tutte le parti manco fossero i figli di una coppia separata. È questo che sta succedendo ai milioni di fans di Konami, una delle software house giapponesi più storiche, la quale dalla sua fondazione nel 1969 ha rivoluzionato dapprima il mondo delle sale arcade nipponiche e poi quello delle console con i suoi indimenticabili titoli.

Castlevania, Contra, Pro Evolution Soccer, Frogger, senza ovviamente dimenticare sua maestà Metal Gear Solid. E in più Gradius, Silent Hill, Dance Dance Revolution… Una softeca dalla quale scommetto che ognuno di voi che ci sta leggendo avrà pescato almeno una volta, trovando qualità, dedizione, idee rivoluzionarie e tanto, tanto divertimento.

Non sono più gli anni ’80. E nemmeno gli anni ’90: Konami ha nel tempo perso moltissima della sua carica innovativa e creativa, ingolfata nella crisi dell’industria videoludica giapponese alla quale essa stessa ha contribuito, cercando una “westernizzazione” forse insensata da una parte e invece concentrandosi sulle manie più palesemente giapponesi – come i pachinko e i titoli mobile – dall’altra, senza una vera direzione, navigando a vista. Una società che, dopo l’infame cancellazione di Silent Hills, il promettentissimo progetto joint-venture Del Toro/Kojima atteso come un messia per rivoltare come un calzino il mercato dei survival horror, è stata persino costretta a ritirare dal listino NYSE il suo titolo. Scelta quantomai saggia, visto l’affaire Kojima scatenatosi di lì a breve, con l’abbandono del visionario director giapponese e la travagliata release del comunque incredibile Metal Gear Solid V nelle ultime settimane.

Perciò, la notizia rimbalzata nella rete dell’abbandono di ogni progetto tripla A da parte di Konami eccetto la serie calcistica PES per il futuro, non mi ha stupito per niente. Così come non mi ha stupito la smentita – sebbene un po’ in sordina – da parte dei dirigenti della società, la quale tuttavia sembra più un modo per non spaventare gli shareholders piuttosto che una vera dichiarazione d’intenti.

In casa VGNetwork.it Konami è un’istituzione e la Konami che vorremmo non è quella degli ultimi anni, dei litigi, delle polemiche e delle cancellazioni; e con ogni probabilità non sarà nemmeno quella dei prossimi anni che, smentite a parte, sembra aver perso la retta via, incapace di adattarsi al nuovo panorama videoludico mondiale, in compagnia di altri samurai come Capcom e SEGA.

La redazione ha voluto così raccontarvi le sue personali storie d’amore con la casa dal simbolo a virgolette, ricordandovi le memorie di un passato videoludico importante, di una Konami che vorremmo, che abbiamo avuto, stretto nelle nostre mani e forse non avremo mai più.

Scanna


Riccardo Pellegrini

Stanotte ho sognato un mondo diverso, un mondo nel quale io ero l’unico in possesso della Conoscenza. Ero colui il quale spargeva la Parola di Konami all’interno di una dimensione in cui la casa nipponica vantava un grado di popolarità analogo al livello di conoscenza che la nuova Miss Italia ha della Storia. Zero, quindi. Scoprì che lì, in quella Terra, Konami non esisteva proprio. Camminavo per le strade senza meta, mezzo nudo, filosofeggiando sulla bontà delle mistress presenti in quel loco irreale, professando ai quattro venti quanto fosse fantastica la saga di Metal Gear. Avevo i lucciconi agli occhi mentre illustravo alle persone tutti gli incredibili capitoli di Castlevania, trattenevo le mie pulsioni più recondite e mi agitavo pensando fosse impossibile che nessuno, in quella dimensione onirica, conoscesse tanto Gradius, quanto Parodius, le meraviglie sparacchine di Contra, il Konami Code. Ero crucciato, in quanto gli avventori non avevano mai perso l’uso di una mano martellando sui pulsanti A e B con Track and Field, sembravano all’oscuro dell’estremo tatticismo delle battaglie di Vandal Hearts, delle corse a perdifiato sui campi di Perfect Eleven, dell’incredibile caratterizzazione dei 108 personaggi di Suikoden, della frenesia piattaformica di Rocket Knight Adventures, non riuscivo a sostenere l’idea che potessero non aver esperito l’horror psicologico per eccellenza, Silent Hill, ero restio ad ammettere come non avessero mai testato Sunset Riders, semplicemente la migliore rielaborazione in chiave ludica di uno spaghetti western, prima dell’avvento di Red Dead Redemption.

“Quante saghe epiche, quante produzioni dal gusto squisitamente Konami si sono persi, ‘sti quì”, pensavo tra me e me. Un sogno angoscioso durato poco, fortunatamente, bagnato dalla procacità delle donzelle di malaffare incontrate per la via ma turbato da un’inquietudine spirituale tutta particolare, relativa al mancato riconoscimento, da parte degli abitanti di quel mondo immaginifico, della pesante eredità lasciata da Konami, verosimilmente principiata nel campo del digital entertainment ai tempi di Yie Ar Kung Fu. Un sonno disturbante, per certi versi, dal quale mi sono prontamente risvegliato abbracciando la bambola gonfiabile di Solid Snake come fossi un panda alle prese con il suo bambù preferito. Rinsavisco e la realtà è diversa, decisamente. Konami esiste, ma che Goemon mi fulmini, se dico frescacce, ora. Ho vissuto i miei primi trent’anni in compagnia di una software house cazzuta, capace di guidare l’industria videoludica del Sol Levante in più di un’occasione. Personalità quali Koji Igarashi, Shingo “Seabass” Takatsuka e Keiichiro Toyama hanno plasmato a proprio piacimento universi tanto fitti, quanto insuperabilmente unici ed affascinanti, gettando le basi per quei franchise che ancora oggi appaiono imprescindibilmente necessari per foraggiare adeguatamente ogni homo ludens. Eppure…

Eppure si sente profumo di amarcord, nella Konami di oggi. Ho il cuore pesante come un macigno. Rumor incontrollati parlano di condizioni lavorative pesantissime, all’interno degli headquarters del colosso giapponese, suggeriscono la nefasta eventualità di una pesante diminuzione del numero di produzioni AAA sfornate ogni anno, di un inevitabile crollo. La strada sembra tracciata, in tal senso, con l’allontanamento coatto di un genio incontrastato quale Mr. Kojima e la sensibile diminuzione di opere digitali importanti avvistabili all’orizzonte. Dopo PES, il nulla, o quasi. Quel che manca è l’intraprendenza di un tempo, il coraggio di osare, l’antico ardore di voler proporre soltanto il meglio del meglio, quello a cui sembra di assistere è il principio di una fase discendente. L’inizio della fine, forse? Non saprei. Per ora, solo grande confusione per un futuro che potrebbe, stavolta per davvero, tramutarsi in un tremendo incubo senza fine.


Giovanni Ormesi

Quando il collega eccellentissimo Scanna ha buttato là l'idea di dedicare un po' di feels all'agonizzante Konami – non uno speciale “investigativo” sulle politiche fasciste dell'azienda o sulle piaghe del mercato del lavoro in Giappone, ma proprio un memoriale della Konami che fu e che probabilmente non sarà più – mi sono subito fatto avanti. Fino a dieci anni fa giocare su console voleva dire soprattutto giocare giapponese, e io in quegli anni giocavo davvero MOLTO su console. Nonostante le rassicurazioni degli ultimi giorni, io non sono per niente sereno: le cose che Konami non è più in grado di (o non vuole più) fare sono tante, talmente tante che non sapevo da dove iniziare.

Ho optato per la soluzione più semplice di tutte: ho aperto l'armadio dei giochi. Ad altezza uomo (più o meno dalle parti del cuore) ho potuto vedere Castlevania: The Dracula X Chronicles, e la mia mente è subito volata a quella serie, che forse Konami non saprà più fare, quella serie che probabilmente proseguirà con il nome di Bloodstained. Ho visto anche la copia di Lords of Shadow di MercurySteam: quel gioco, pur buono, costituisce uno dei simboli della decadenza di Konami, nonché di un periodo oscuro dell'industria giapponese, che appaltava i suoi brand a developer occidentali. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. In alto a sinistra, dove osano solo le aquile, scorgo in lontananza fra i miei giochi PlayStation il raro Vandal Hearts II. Un JRPG tattico, ragazzi! Negli Anni Novanta Konami era anche questo. Negli Anni Dieci (abituiamoci a chiamare così la nostra decade) Konami è anche Vandal Hearts: Flames of Judgment. E vabé. Ma la mente vola lontano e raggiunge Suikoden: #machenesanno (siete fan di Serie A – Operazione nostalgia, vero? Vero?!) loro di Suikoden, di quello vero, quello dei fasti, quello fino al III, se vogliamo.

La decadenza JRPGistica della software house è iniziata ben prima di quest'ultima crisi. Ci sarebbe ancora moltissimo da dire (Contra. Qualcuno pensi a Contra), ma non voglio monopolizzare questo articolo. Mi limito, dunque, a gettare l'ultima pietra e dico un nome di quelli pesanti: Zone of the Enders. E il terzo capitolo sì, e il terzo capitolo no, eh ma ora che esce il remaster ormai il terzo è vicino, silenzio totale. ZoE è l'emblema del patrimonio sottosfruttato di Konami e, in un certo senso, ne è pure una pietra tombale. Speriamo almeno che questo sia davvero l'ultimo Metal Gear Solid di Kojima, perché è un pezzo che il ragazzo tira avanti con 'sta storia...


Francesco Paternesi

Un cantante abbastanza noto in una sua canzone dice di aver perso le parole, io non so nemmeno se ne ho ancora.

Le vicende legate a Konami hanno saputo sconvolgermi quasi quanto il terribile tracollo di SEGA, perché vedere pezzi del proprio passato che spariscono o diventano delle ombre sbiadite fa sempre effetto, soprattutto quando ti sono stati accanto per anni facendoti vivere tante emozioni. Cose come le prime cooperative a Contra, una scelta quasi obbligata visto che il gioco era di una difficoltà allucinante e tuttora resta un caposaldo delle sfide hardcore, così come i labirintici manieri di Castlevania, oppure le giornate in sala giochi passate a buttare monetine su un cabinato con una chitarra di plastica, Guitar Freaks, gioco che ha ispirato serie ben più note come Guitar Hero e Rock Band nonché tutta la pletora di bemani come Dance Dance Revolution e le sue community sparse in tutto il mondo. Tanti poi i ricordi dei pomeriggi e le serate tra amici giocando a PES, dove nonostante la mia scarsezza ho accumulato palmares tutt'altro che imbarazzanti, nonchè le deliziose passeggiate nelle vie nebbiose di Silent Hill, rigorosamente in coppia con un amico perchè la paura era troppa (anche con P.T. non sono voluto stare solo, fifone) ma, sopra ogni cosa, sarò sempre grato a Konami di aver permesso a Hideo Kojima di lavorare perché Metal Gear Solid ha dato a molti di noi la consapevolezza che un videogioco é in grado di fare molto più del semplice intrattenimento, ma può raccontarci storie incredibili e profonde anche più di quelle che finora avevamo visto solo al cinema, dandoci il potere di essere protagonisti di un'avventura indimenticabile.

Ciò che Konami ha fatto per il mondo dei videogames è immenso e pochi sviluppatori possono vantare una così grande storia di successi e di amore per il nostro hobby o lavoro e, per quanto gli avvenimenti recenti hanno fatto molto male, ci augureremo sempre che torni sui suoi passi, che sa in tempi brevi o più lontani, perchè nella Konami che vorrei c'è proprio la Konami che mi ha tanto affascinato e che non vorrei veder sparire.

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